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Incontri d'AmorePeindre ou Faire l'Amour - 1h 40'
Regia: Arnaud e Jean-Marie Larrieu Circondati dal benessere di una vita piacevole, non resta altro che dedicarsi a hobbies sognanti. Sabine Azéma ribadisce l’esclusiva
ricerca del piacere nella pittura, piuttosto che l’impegnativa riproduzione su tela di un modello. Alla larga dalle faticose, estenuanti, ispirazioni. Insomma decine e
decine di quadretti borghesi, che se non fosse per la noia moraviana dovremmo prendere a calci nel c... e invece c’è da curarsi seriamente di queste modalità, che nel
cinema francese danno luogo a sofisticate perversioni, mentre in quello italiano al massimo si piomba in satire di costume, viste e riviste dai tempi di Mario Camerini.Nel cinema di Rivette questa opzione è sovraesposta come in La Belle Noiseuse – La Bella Scontrosa, quella di quattro ore di pervicace ostinazione dello sguardo: masturbazione allo stato puro dell’occhio che piomba desiderante sul corpo di Emmanuelle Béart; orgoglio assoluto d’un modo di fare cinema senza compromessi. Il cinema dei fratelli Arnaud e Jean-Marie Larrieu segue questa difficilissima ipotesi, che comporta automaticamente la sfida di attori e complessiva messa in scena. Se si abbandona tutto il coacervo di elementi secondari, come la casa in campagna, il verde, la provincia (che è davvero un luogo opponibile alla metropoli in senso molto più forte che altrove, forse solo negli Stati uniti...), il cuore esacerbato del film risulta immediatamente il campo delle attrazioni, come nel più rinomato "affinità elettive" di Goethe. Tanto che qualcuno (Tullio Kezich) ha osato prendere per vizio il secondo appuntamento tra coppie. Ma siamo fuori dalle gabbie culturali della monogamia. Siamo di fronte all’ennesimo inno all’amore libero come ai tempi del Sessantotto; altro che vizi, perversioni o altre "aberrazioni" rispetto al conformismo dilagante. La sessualità è un ambito dove ci sono muri ben solidi. Per questo il titolo originale, molto ironicamente, sottolinea le possibilità: "dipingere o fare l’amore". Laddove la prima azione maschera più che altro un vuoto e non corrisponde a nessun rischio; dall’altra parte la possibilità di farsi "corrompere" dalle inclinazioni sessuali. Bravissima Sabine Azéma che con un paio di espressioni sintetizza in modo sublime i momenti emotivi fondamentali. Prima un disagio per l’assenza degli amici, turbamento che
tradisce qualcosa di più che un semplice dispiacere: la mancanza dell’oggetto amoroso. Poi la smorfia brevissima e intensa, il tremolio nervoso delle labbra nel secondo
incontro che prelude l’esplosione del desiderio, e chiude benissimo la sequenza di sentimenti messi in gioco.Tutto ciò può bastare a un film che va sempre al di là del limite convenzionale del gioco tra spettacolo e sguardo voyeur dello spettatore, coinvolto come nelle più avanzate interazioni. Una commedia dell’anima che non si vergogna di esserlo, nel suo allontanamento continuo dall’espressione da actor’s studio. Pare di rivivere i film di Rohmer (e fantasticare altri ginocchi di Claire...), di cogliere in maniera sottile i fremiti più nascosti, in un gioco continuo di decifrazione, di avanzamenti e poi arretramenti, di posizioni vissute, conosciute, o tempi rubati. Percorsi al buio, ciechi, col cuore in gola per l’emozione, la medesima perversione di Egoyan, che palesa il contatto nascosto tra corpi, invisibile allo sguardo e proiettato centuplicato nella fantasia dello spettatore. E poi la contiguità fra corpi, che si palesa con pochi tratti, come la promiscuità ad occhi aperti di Auteil nel bagno di casa, per accendersi, riflettersi su mille specchi. Un sogno che procede verso la beata inclusione di metafore impensabili: Adamo ed Eva nei paradisi esotici di Gauguin! © 2006 reVision, Andrea Caramanna |
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