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In America1h 47'
Regia: Jim Sheridan Dal regista de Il Mio Piede Sinistro e Nel Nome Del Padre, a sette anni da The Boxer, un film intimo che è
confessione e denuncia nervosa, arrivato nelle sale italiane forte di tre candidature alla prossima notte degli Oscar.In America è un interessante, incongruente teorema di immagini e messaggi che celebra e al tempo stesso distrugge falsi miti e certezze assolute del XX secolo percorrendo, con lo sguardo del desiderio non corrisposto, volti e luoghi di una New York vista come la città icona dell'apparenza, perfetta nella sua magia e bellezza, asfittica nei suoi reconditi recessi di sporcizia. Jim Sheridan, infatti, sceglie di tratteggiare superficialmente il quadro generale, restringendo, appena possibile, l'indagine al particolare, inquadrando, dapprima, una Manhattan lontana, romantico trionfo di luci, per arrivare al fatiscente condominio che accoglierà i protagonisti della narrazione, crogiolo di disperazione e infima sopravvivenza. La storia è emblematica: nei primi anni ottanta gli emigranti irlandesi Johnny (Paddy Considine), aspirante attore, e la moglie Sarah (Samantha Morton) arrivano in America con le loro due bambine, per afferrare e tenere stretto il sogno ammaccato ma sempre luccicante di una vita nuova. Solo la speranza di una seconda occasione, infatti, in un mondo diverso e ancora capace di piangere per E.T., può aiutarli a superare la scomparsa di un figlio portato via da un male incurabile. Sheridan mostra con pudore l'affetto e la comprensione infinita per i suoi personaggi, approfittando di loro per fare scempio, su un catartico palcoscenico, della straziante sofferenza subita a causa della perdita del fratello-bambino, rendendola altro da sé attraverso l'espediente filmico. Nonostante ciò il tema della narrazione, molto diretto in alcuni tratti, rimane soffocato dai sensi di colpa e, troppo spesso, scade nel patetismo, solo raramente alleggerito da qualche intelligente intermezzo umoristico ed il talento del regista, pur riuscendo, in parte, a mitigare le imperfezioni di una sceneggiatura personale, scritta in collaborazione con le sue figlie, Naomi e Kristen, non basta a risolverne la fragilità. La storia di immigrazione e povertà in una città straniera, dunque, rimane sullo sfondo rispetto ai mille problemi personali che si accavallano l'un l'altro con una
tempistica da soap opera e la scelta di lasciare necessariamente aperte le porte a soluzioni posticce che ricompongano in unità ogni ostacolo gettato sulla strada del
riscatto, rende In America un drammone che non riesce mai del tutto a comunicare con lo spettatore.Pregevole qualche virtuosismo registico come l'espediente di inserire, come film nel film, il girato della videocamera che la figlia più grande porta sempre con sé, elemento che congiunge il passato con le fasi di una difficile integrazione, conservando nella memoria le ultime immagini del fratello morto e l'istinto di un occhio innocente, offrendo, dunque, un secondo sguardo, quasi documentaristico, su facce ed eventi. Per il resto, non è facile comprendere i moventi che spingono la famiglia a trasferirsi in un altro continente se se ne ignorano passato, scelte e ambizioni e, soprattutto, se la personalità di ognuno viene fagocitata da un ricordo di morte che, alla lunga, si riduce ad alibi narrativo. Alla fine, al di là degli intenti privati e dell'incontestato mestiere di Jim Sheridan, sono soprattutto Samantha Morton, Djimon Honsou (il gigante buono autonominatosi angelo custode della famiglia sperduta), e le due piccole protagoniste a rendere il tutto meno pesante, anche grazie all'aiuto della fotografia calda di Declan Quinn, già collaboratore di Figgis per Via da Las Vegas. E, con tutta probabilità, lo squarcio aperto dal regista nella decantata perfezione del sogno a stelle e strisce avrebbe meritato una ben diversa analisi. © 2004 reVision, Elisa Schianchi |
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