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I Cavalieri Che Fecero L'Impresa2h 25'
Regia: Pupi Avati I Cavalieri Che Fecero L'Impresa è l'ennesima
riflessione sulla morale della violenza. Pupi Avati aveva in passato scandagliato
la violenza meno efferata e truculenta, quella dei dialoghi in sottovoce dove le
pause di silenzio, le parole e gli sguardi erano affilati quanto le lame degli antiquati
strumenti bellici. La violenza dei tipi psicologici, figurata nei minimi
dettagli, tendeva a distinguere nella rappresentazione corale, le
caratteristiche precipue di alcuni personaggi. Questa tensione tra gruppo e
individuo, costantemente pervasa da una sottile indeterminatezza, era lo stile originale
per cercare di identificare un'intera società. In questo caso Avati tenta uno
scarto che lo porta abbastanza lontano dal cinema che ha fatto in passato, vale
a dire partire dalle tipologie per approdare alla messa in scena di un gruppo,
come, per esempio, il gruppo-categoria "impiegati". Qui, invece, c'è
il rischio di elaborare tipologie che appartengono ad un immaginario storico-epico
sempre più corrotto dalla contemporaneità. Il Medioevo è costituito da una
serie di stereotipi e i cavalieri che lottavano per la Fede appartengono a un eroismo
apodittico. L'avventura, che si nutre essenzialmente di "alti" e
"indiscutibili" valori morali e spirituali che giustificano feroci
combattimenti, finisce per smarrire l'umanità piccola e debole dei personaggi.
Eppure Avati prova a far coesistere la quotidianità della vita medievale, con
illuminanti particolari come la fame angosciosa per cui si divorano le candele,
con la grande impresa cavalleresca. Il piccolo col grande e viceversa ed
infatti il film inizia dalla descrizione di ciascun personaggio.
Curiosamente la visione del film presenta chiaramente questa sostanziale ambiguità combinando elementi "piccoli" di genere B movie (basterebbe ricordare lo spargimento di sangue, più vicino allo splatter dei b-movie che agli spettacolari blockbuster) con sequenze più vicine alla "grande" spettacolarità postmoderna. È vero, tuttavia, che una delle tendenze del cinema contemporaneo consiste nella ricombinazione di elementi apparentemente distanti. Chi potrebbe considerare I Cavalieri Che Fecero L'Impresa un film classico? Quali potrebbero essere i referenti, per esempio del cinema storico-mitologico western italiano? Leone, Colizzi o Cottafavi? Difficile questione. Altro stimolo del film è la tematica spirituale-religiosa. Ci troviamo di
fronte alla reliquia più importante della Cristianità, la Sacra Sindone, il
velo di lino che, secondo una ostinata leggenda, avrebbe avvolto il corpo di
Gesù Cristo. Ciò sembra rafforzare il livello morale dell'azione dei protagonisti,
senza che vi sia un vero e proprio accoglimento del sentimento di fede. Cosa è
la fede ai tempi di Luigi IX soprannominato, guarda caso, "il santo"?
Semplicemente l'esplicazione di un potere che ancora fonda la sua credibilità
sulla diretta emanazione del volere di Dio, e si manifesta inesorabile
nell'epilogo mostrando tutto il suo cinismo, rendendo l'impresa dei cavalieri
semplicemente una azione disperata. Il valore dei cavalieri diventa per così
dire assoluto, vale per gli intenti, per la redenzione di alcuni personaggi tra
cui il fabbro Giacomo interpretato da Raoul Bova. Questa redenzione però non ha
niente a che vedere con la fede, è semmai la coscienza laica del gesto, eroica
perché consapevole del sacrificio gratuito a cui si sottoporrà. Sembra così di
rivedere le stesse figure-personaggi di eroi perdenti cari ad Avati, ai quali
la memoria rappresentativa del film, e in effetti si tratta di una singolare
rievocazione di un fatto pressoché sconosciuto (tessuta con la consueta
tenerezza dall'attore feticcio di Avati, Carlo Delle Piane), concede l'ultima
possibile occasione di gratitudine.
© 2001 reVision, Andrea Caramanna |
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