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Impostor1h 35'
Regia: Gary Fleder C'è come un buco nero in questa cupa vicenda, una voragine che risucchia non solo la luce, ma anche i pensieri. La storia, le storie
non sono neanche riconducibili ad eventi accaduti ai personaggi. Di chi è la voce narrante che all'inizio presenta se stesso quale protagonista di questo evanescente racconto?
Forse dovremmo recitare in coro, sempre: "Mi piace pensare di averlo conosciuto". Come dice un altro protagonista, Cale, che diventa poi l'unica testimonianza di una follia
sui generis, senza rivelare la sorpresa che comunque si intuisce: l'alieno è sempre più vicino a noi, dentro/tra noi, e non è solo il tormentato incubo dei body snatchers,
ma la frontiera della riconoscibilità di un essere. In effetti il cuore del film (non a caso proprio nel cuore si nasconde la bomba atomica) è la lotta su ciò che riusciamo
a scannerizzare, a vedere con tutti i mezzi tecnologici a nostra disposizione. La guerra tra centauri e terrestri è quasi solo una sfida di spionaggio, tra oggetti segreti
in grado di penetrare le difese del nemico. L'umanità in questo racconto è paurosamente qualcosa che giace a lato (una voce, un pensiero), ma di cui ci si ricorda sempre
almeno tra coloro che vivono ai margini (della tecnologia, della grande città "sicura"). È il confronto tra l'ospedale ultratecnologico e quello dei vagabondi, dei reietti
dalla città. Solidarietà da una parte, gioco delle cifre, dei posti letto, dall'altra.
Dopo la futuristica Metropolis, di cui abbiamo appena parlato a proposito del remake giapponese di Rintaro, tutti i discorsi contemporanei sembrano fare i conti con l'abominevole Tecnologia in relazione alle condizioni sociali, ed è surreale nella didascalia iniziale il riferimento all'anno in cui fu scritto il racconto di Philiph Dick dal quale è tratto il film che ci "guarda" come per irridere la "postmodernità": 1953, o 2078, è la stessa cosa, la medesima divisione tra ricchi e poveri, tra potenti ed indifesi. Mentre oggi, 2002, ogni quattro secondi muore qualcuno per la fame, l'anno 2078 di Impostor, sembra davvero un'altra impostura della Storia, come quella del Consiglio d'Egitto di Sciascia. Perché si continui a sopravvivere attraverso la logica della Guerra (Dick dice che i Centauri sono una razza superiore che ha semplicemente deciso di conquistare il pianeta Terra), perché c'è un nemico da combattere, fuori. Ora, a ben vedere, questi centauri sembrano una invenzione di qualche cervello. Potrebbero essere una metafora dei meccanismi perversi della mente umana dalla quale scaturiscono pulsioni di onnipotenza e controllo, moltiplicazione dei mezzi per debellare angosce primordiali. La società di questa finzione fantascientifica è l'elemento più inquietante e dolente del film. Ogni sentimento sembra annegato nella fredda indifferenza della normalità. Senz'altro Impostor è l'opera fantascientifica più cinica e fosca dopo il Verhoeven di Starship Troopers. Sebbene Dick manifesti
comunque l'irriducibilità del sentimento umano di amore, proprio quest'ultimo sembra definitivamente sconfitto da una contingenza sempre più irredimibile. Per sopravvivere
bisogna superare la scienza, ingannarla, sottrarsene di continuo. La contesa passa attraverso la simulazione di un guanto di lattice per aprire la porta di una stanza nell'ospedale,
o estrarre il sensore dalla spina dorsale per far andare in tilt le ricerche delle forze di Polizia. Ma tutto questo è superato ancora dallo statuto ambiguo ed incerto di
questo protagonista, che è umano ed alieno, agisce secondo quel sentimento che vorrebbe salvare qualche briciola d'umano ovunque essa si nasconda, e pure in un corpo che non
è più, che è il giocattolo e lo strumento di guerra; il corpo diventa l'oggetto stesso di lotta tra due eserciti, come i kamikaze terroristi. Come e in quanti modi riesce a
parlarci questo film. Fleder appare concentrato a non imprimere mai al racconto le regole della tensione, che non c'è a livello di snodi narrativi. È una tensione costantemente
implosa, che ha già frustrato ogni percezione di bellezza, pace e serenità. Cosicché sembra di scorgere alcune ombre di morte già morte. E del resto chi è Spence Olham se
non un cadavere, un simulacro di un corpo già morto, che si aggira solo per la sua terribile funzione: diffondere ancora morte e distruzione intorno a sé.
© 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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