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L'Imbalsamatore

1h 41'

Regia: Matteo Garrone



I luoghi sono squallidi reperti di una vita trascorsa, mummificati nella loro fatiscenza non sono più in grado di raccontare il motivo della loro comparsa, della loro esistenza. Così come gli animali, imbalsamati in atti che ricordano momenti di vita reale che reale non è più, non potranno che apparire come orribile memoria di un vivere che non saranno in grado di mostrare. Luoghi e animali non sono, nonostante la loro presenza fisica.
Peppino pratica la tassidermia (è l’imbalsamatore), è orgoglioso del suo lavoro e conosce un gran numero di specie animali. In uno zoo - ormai definiti bioparchi ma nulla è cambiato - incontra Valerio, un ventenne bello e anch’esso appassionato di animali. Inizia così una relazione di lavoro, che diventa di convivenza, che a sua volta si trasforma in goliardiche notti con donne belle e disponibili. Peppino è simpatico, capace di attirare il giovane adulandolo con la prospettiva di alti guadagni, di una vita divertente e libera. Peppino sembra non far caso alla sua statura bassissima e gli altri sembrano fare altrettanto, perché l’arma di seduzione di Peppino è tutta nelle parole e in un sorriso tranquillizzante.

Affascinante storia di corruzione e ambigua attrazione, in un crescendo inquietante dal sapore psicotico, ossessione che diventa malattia da dipendenza, L’Imbalsamatore ricorda un fatto di cronaca di qualche anno fa svoltosi a Roma dove i protagonisti erano un ragazzo e un nano, la vittima uccisa orrendamente, omicidio scatenato dall’impossibilità per il giovane di liberarsi dalla persecuzione dell’altro. Realtà e finzione parlano comunque di una stessa cosa: il potere fascinatorio e seduttivo di un uomo comunemente considerato tutt’altro che attraente, un nano appunto.

L’amore di Peppino per Valerio si mostra gradualmente, sottilmente, tanto da sembrare si morboso l’attaccamento di Peppino, ma fuorviato dalla prodigalità con cui offre le sue amiche ad un Valerio sempre più inebetito. L’incontro con Deborah causa la rottura e anche la follia. Deborah porta Valerio lontano; non è solo una distanza fatta di chilometri, ma è soprattutto un’altra esistenza che si profila per il ragazzo: la famiglia, il lavoro di cameriere, la monotonia di riti quotidiani – come quando la madre di Deborah ogni mattina prepara la colazione per tutti, svegliando tutti. Peppino decide di riprendersi il ragazzo e sembra riuscirci, se non fosse per quella pistola.
L’imbalsamatore come incantatore, come uomo che abituato a plasmare ali di uccelli nell’atto di spiccare il volo, cerca altro materiale vivente tanto debole da essere sopraffatto e modificato a suo piacimento, questo è il tema centrale del film. Perché ci sarà sempre qualcuno, proprio perché ammaliante, proprio perché gentile, che riuscirà nell’impresa o tenterà di compierla, e pure quando l’oggetto improvvisamente divenuto soggetto decide di eliminare quel qualcuno, il perseguitato non riuscirà a non piangere per la sua fine.
Garrone rischia di abituarci ai suoi film, dico rischia perché è tra quei pochi che sa come fare il cinema, quello vero, quello che osa, quello che crea movimento, salto in avanti indispensabile per uscire dalle pastoie tanto antiche del cinema nostrano, tanto quanto è noioso menzionarle ogni volta.

© 2002 reVision, Emanuela Liverani