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Il PianistaThe Pianist - 2h 28'
Regia: Roman Polanski Di fronte all’orrore, alla violenza gratuita, all’oscenità del martirio si
resta attoniti. Senza parole. In silenzio. Le offese che ciascun uomo è in grado
di procurare ai suoi simili, pura espressione di una parte oscura, certamente
il cuore di tenebre conradiano/apocalypse now-coppoliano. Il territorio del
sentimento limite, luogo, spazio che occorre raggiungere per rendersi conto
forse di non aver tutto sognato. E infine vedere ciò che non è dicibile, solo
testimonianza riportata dall’occhio che ha visto. Vedere dunque e chiedersi
perché esiste questo luogo indicibile, ma che a sorpresa può capitare di
raggiungere. Quando Wadyslaw Szpilman chiede al capitano tedesco come
ringraziarlo questi risponde che deve ringraziare solo Dio.Franco Rella in Figure del Male (Feltrinelli), partendo dal dolore incomprensibile, analizza Il Libro di Giobbe, che "per Simone Weil è da cima a fondo un puro miracolo di verità e autenticità, l’esempio perfetto di ciò che è sventura, quella sventura che rende Dio completamente assente, più assente di un morto, il Libro di Giobbe sarebbe dunque l’esempio dell’assenza di Dio, Dio in combutta con Satana ‘Hai messo l’occhio sopra il mio servo Giobbe?’". In questa semplice assenza si svolge la tragedia dell’olocausto ebraico (o di tutti gli olocausti). "Auschwitz è soprattutto silenzio". "I sommersi di Auschwitz sono i martiri del silenzio, come intitola un suo libro Grinberg". Basti pensare alla scena di uccisione a caso di un gruppo di ebrei: un truce militare tedesco ne sceglie qualcuno, li fa inginocchiare e sdraiare in fila per terra, poi a uno a uno li uccide con calma, si ferma per ricaricare la pistola e sparare all’ultimo ebreo della fila. La scena si svolge in sgradevole silenzio, si ode solo il colpo di pistola che uccide le vittime. "Tre condannati a morte per impiccagione, racconta Wiesel
nella Notte, e tra essi un bambino, per lo spettacolo dell’orrore e
dell’inumano. La terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino
viveva ancora (...). Era ancora vivo quando gli passai davanti. (...) Dietro di me
udii il solito uomo domandare: ‘Dov’è dunque Dio?’. E io sentivo in me una
voce, che gli rispondeva: ‘Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca...’". Nel
film un bambino tenta di passare il muro eretto per circoscrivere il ghetto, ma
una guardia, che non vediamo, sentiamo solo le sue urla di minaccia, picchia a
morte il ragazzo, ai piedi e alle gambe. Szpilman tenta di trascinare a sé il fanciullo,
di sottrarlo alle offese, ma il bambino è già morto, non può far altro che
abbandonare il suo povero corpo straziato lì, vicino a quel muro. La
testimonianza di Szpilman continua in una fuga silenziosa, Szpilman guarda, e
sta zitto o scappa, abbandona la famiglia, poi si sposta da un luogo all’altro,
guarda dalla finestra dell’appartamento dove si è rifugiato la serie di orrori
che fuori continuano sulla strada. Le vittime sono silenziose, perché nessuno
reagisce, perché ognuno pensa a sé, "potremmo schiacciarli" dice un ebreo nel
campo di raccolta che li separa dai campi di concentramento. "Se ci uniamo
siamo milioni". Divampa l’ipotesi di una rivolta, l’opportunità della lotta. "Dobbiamo
combattere. Hai visto come hanno resistito?" dice l’amica di Szpilman, "nessuno
avrebbe mai pensato che alcuni ebrei avrebbero resistito in quel palazzo dei
mesi. Ma è sempre il vuoto, un’ipotesi che si dissolve nella neve bianca.
Non si possono aggiungere parole al male estremo, al limite, perché esso è il confine e basta. "Riusciamo a figurare il male - l’uomo ridotto a cosa o, come dice Agamben, a nuda vita" (la stessa nuda vita di Szpilman che confessa di indossare un cappotto tedesco perché ha freddo) - "solo se misuriamo questo male al suo esito estremo ad Auschwitz, di fronte al male si ha sempre l’impressione del nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me con un terrore di ubriaco. Si ha l’impressione di camminare nel vuoto: in un vuoto sempre più vuoto". È lo spazio estremo e il margine del cammino di Szpilman, ubriaco di nonsenso eppure vivo, senza forze, errante in una strada di macerie disperate, aspettando quel tedesco al quale darà il testimone del male, il capitano ariano continuerà la sua odissea, Szpilman sarà liberato, quel militare generoso imprigionato in un campo sovietico, continuerà lo strazio e l’indecenza del vuoto. © 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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