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Il Divo

1h 51'

Regia: Paolo Sorrentino



Prima o poi la Storia dovrà fare i conti col Divo Giulio, al secolo Andreotti, mito imperituro e penitente della D.C. che fu, senatore a vita (dal 1991) per acquisiti meriti di potere sin dall'alba dell'italica Repubblica, fondata da galantuomini come Alcide De Gaspari (di cui il nostro fu diligente pupillo e che di lui diceva "è capace in tutto, può essere capace di tutto"), ineffabile emblema di quel Palazzo pieno di vergognose crepe, i cui governanti l'intellettuale Pasolini avrebbe voluto vedere alla sbarra, sapendoli colpevoli pur senza averne le prove. E di processi il Richelieu nostrano ne ha subiti tanti, perlomeno a mezzo stampa, essendo stato per ben sette volte capo del Governo di uno Stato in parte fondato sugli omissis (riguardo alle sanguinose trame dei poteri occulti generatori di stragi senza colpevoli), finendo poi inquisito (dopo quarant'anni e passa di gloriosa carriera da statista) davanti a quei giudici che lo accusarono d’organicità con Cosa Nostra e che lo assolsero con formula piena e prescrizioni a latere. Chissà che cosa avranno pensato spettatori e giurati recentemente plaudenti in quel di Cannes, impegnati a celebrare il meritato trionfo, con tanto di Premio Speciale, di questo grottesco ritratto al nero del potente italiano, chiamato Belzebù da ammiratori e detrattori ma anche amato dai Papi (e persino da Giovanni Paolo II che lo riconosceva come amico): che cosa avranno pensato, loro, di un Paese che ha affidato il proprio destino ad un partito unico pieno di correnti interne impegnate a contendersi le poltrone, con i suoi illustri membri l'un contro l'altro politicamente armati? Non v'è dubbio che Il Divo di Paolo Sorrentino è tutto fuorché un pamphlet alla Giuseppe Ferrara: è principalmente un bel film che segna la recente svolta del cinema nostrano (insieme al rosselliniano, magnifico Gomorra di Matteo Garrone, Gran Premio della Giuria a Cannes), che evoca il piglio espressionista di Elio Petri cineasta sciasciano insieme al gusto metaforico del miglior Francesco Rosi ed a quello, votato alla disamina psicoanalitica del Potere logorato e logorante, di Marco Bellocchio e del suo Buongiorno, Notte. E' un film dal virtuosismo controllato che dimostra come l'historiette italica, intrisa del sangue di troppi innocenti ed onesti servitori dello Stato di diritto, possa essere rappresentata in forma di tragicommedia dai risvolti farseschi, magari con un po’ di metafisica kafkiana (alla Marco Ferreri di quel capolavoro trascurato che rimane L’Udienza); e questo perché la realtà di un quarantennio dominato da una classe politica corruttibile quando non corrotta, la realtà dell'Italia democristiana ed andreottiana, non ci ha consegnato alcuna verità su se stessa ed i propri intrighi. Immaginando tale verità, noi tutti dovremmo supporre che ogni malefatta si è compiuta in nome di una superiore Ragione di Stato. E’ questa, in sintesi, l'asciutta tesi del Divo sorrentiniano: che l'Andreotti ironico quanto inquietante, che l'uomo-sfinge della prima (infinita) Repubblica, abbia aderito a questa superiore Ragione fino ad incarnarla, nel Bene ma anche nel Male. Da qui l'impareggiabile maschera, segnata da sofferenze etiche implose, del longevo Presidente assalito da crisi d'emicrania a grappolo (sindrome di cui il nostro soffre davvero) ed a cui un grande Toni Servillo regala connotati umanissimi, attraverso un sapiente dispendio di microgesti allusivi che non diventano mai gli abusati tic caricaturali delle imitazioni in stile Bagaglino, recitandolo come se fosse un Riccardo II col fisico di Riccardo III, misure shakespiriane che un bravo attore da par suo sa come restituire.

Lo scenario è quello pesantemente ombroso del Palazzo e dei suoi labirintici corridoi dei passi perduti: è da quelle parti che, in un fulminante incipit con ralenti alla Sam Peckinpah, assistiamo all’irruzione di tutti gli uomini del Divo a cavallo del fatale Settimo Governo andreottiano (l'ultimo ed il più breve, dal 13 aprile 1991 al 24 aprile del 1992) mentre l'Italia elabora il vertiginoso divenire di eventi strazianti come il massacro dei suoi giudici migliori, Falcone e Borsellino. Ed ecco, simili per volontà d'autore alle tarantiniane "iene", Paolo Cirino Pomicino l'euforico (Carlo Buccirosso), Salvo Lima il gattopardo plurinquisito (Giorgio Colangeli), Vittorio Sbardella il trucido (Massimo Popolizio), Franco Evangelisti l'untuosa eminenza grigia (Flavio Bucci), Giuseppe Ciarrapico l'incontenibile (Aldo Ralli) e, a seguito loro, il purpureo Cardinale Fiorenzo Angelini: sono i nomi ed i cognomi degli andreottiani della mitica corrente, inquadrata prima di una dissoluzione necessaria (ed oggi, in tempi berlusconiani, chissà perché rimpianta), provocato dalla tardiva tempesta perfetta di Tangentopoli. Loro sì, che hanno saputo scrollarsi di dosso il peso dei tanti lutti che Sorrentino prova ad enumerare in un montaggio per attrazioni alla Leone o alla Coppola, sintesi d'innumerevoli casi irrisolti, quelli delle vittime sacrificali Aldo Moro, Giorgio Ambrosoli, Carlo Alberto Dalla Chiesa e quelli dei sulfurei pupari del teatrino degli enigmi Licio Gelli (e la sua P2), Michele Sindona, Roberto Calvi e, ancora, Salvo Lima. Eccoli, i trafelati "correntisti" dell'ambiguo gioco dei potenti, riuniti attorno al loro capo, lui intento a farsi radere a fondo prima della bagarre a Montecitorio, più unto dal Signore che gangster alla De Palma. Ed ecco Giulio Andreotti che sperava nell'incoronazione a Presidente della Repubblica, impedita (si dice) dall'attentato di Capaci (qui evocato dall'esplosione dell'auto di Falcone che volteggia nel cielo), quando a quel ruolo salì Oscar Luigi Scalfaro e al Divo toccò di subire gli strali dei propri oppositori più agguerriti, alla vigilia dei clamorosi processi, uno per mafia e l'altro per l'omicidio del giornalista Pecorelli (qui interpretato da Lorenzo Gioielli ed utile ad indicare la vicenda di un presunto memoriale di Moro volatilizzatosi dopo il delitto Dalla Chiesa). A tal proposito, il film presenta un immaginario, dostoevskiano faccia a faccia tra l'imperturbabile Giulio ed un incalzante Eugenio Scalfari, direttore di "Repubblica", inquisitore per vanto ben impersonato da Giulio Bosetti. Sorvolando, ironizzando, giocando di fioretto con squisito gusto retorico, lo sfuggente Leviatano si sottrae alla morsa dei legittimi quesiti sulle troppe porte chiuse dei misteri italiani di cui egli dovrebbe possedere le chiavi. La nebbia che egli sparge intorno a sé sembra, ad un certo punto, soffocarlo e così Sorrentino (con la complicità di Servillo) lascia trasparire un inopinato trasalimento: mentre la scorta lo accompagna in chiesa all'appuntamento con l'Altissimo (sulle note della Pavane di Fauré) Andreotti, fermatosi sul marciapiede della propria alba quotidiana, subisce sospiroso il rimpianto del suo amico-rivale consegnato al mito tragico dell'ingiusta morte, un immaginato Aldo Moro (Paolo Graziosi) che dalla prigione brigatista legge un proprio testamento, intollerabile per chi si sente colpevole di quel sacrificio.

C'è poi il Divo colto nel privato, il brillante uomo pubblico (e geniale comunicatore della propria incombente presenza, perché restio all'anonimato) che partecipa ad euforici party sulle terrazze del più mondano côté del politichese (dove si balla, mercé un Pomicino scatenato, una danza che rimanda a quella causticamente buffa dei preti ne Il Ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco). E, last but not least, c'è il Giulio meno "divino" circondato dalle proprie, molto materne, complici: la segretaria Vincenza Enea Gambogi (Piera Degli Esposti) che è la compunta vestale dell'incessante lavorio che presiede alla gestione quotidiana di un potere fatto di croci e delizie; e poi la moglie Livia Danese (Anna Bonaiuto), custode di un'intimità sacrificata alla quale l'illustre consorte, sprofondato in una poltrona finalmente casalinga, concede un abbraccio mentre assiste impassibile, insieme a lei, all'ennesimo je accuse televisivo contro di sé, per poi fare zapping su un canale che trasmette Renato Zero, cantante allusivo de "I migliori anni della nostra vita". Squarci esistenziali (concessi persino a Totò Riina presentato ironicamente mentre coltiva pomodori) da moderna parabola esemplare alla Oliver Stone, incastonati con funanbolica maestria nel corpo di una coinvolgente e catartica partitura surreale per la quale vale la pena citare (come hanno fatto certi critici francesi) il teatro di Alfred Jarry ed anche (come non ha fatto nessuno) quello del premio Nobel Dario Fo che mise in scena la satira al vetriolo del "Fanfani rapito".
Questo film dalla giusta risonanza internazionale sorprende per acutezza ed ironia, entrambe profuse nei riguardi della scottante materia affrontata, nel restituirci il senso del fallimentare delirio di onnipotenza e d'impotenza che ha travolto la classe dirigente del Belpaese da troppo tempo sull'orlo di un burrone. La materica fotografia di Luca Bigazzi regala una speciale consistenza a questa galleria di spettri brechtiani del Palazzo durante il loro percorso di ascesa e caduta, mentre la colonna sonora inanella, per contrappunti e sottolineature, gli elettronici brani originali di Teho Teardo a quelli classici di Vivaldi, Sibelius e del già citato Fauré insieme a quelli, sociologicamente rilevanti, di canzonette d'epoca quali "E la chiamano estate" di Bruno Martino e "La prima cosa bella" dei Ricchi e Poveri. Inutile però cercare in questo film gli echi, seppure gloriosi, della commedia all'italiana: Sorrentino, rispetto alle altre pur rilevanti prove (dall’esordio de L’Uomo in Più a Le Conseguenze dell’Amore fino al precedente L’Amico di Famiglia), trova qui l'occasione per esercitare al meglio il proprio stile iperrealista spinto fino all'astrazione. Del resto, non c'è altro modo per raccontare la perversa complessità del Sistema Italiano, una prassi politica fondata sullo strumentale utilizzo della lezione machiavelliana: così, un film esemplare come Il Divo, ci fa apparire plausibile l'irreale figura di Andreotti, macerato fino al punto di abbandonarsi ad una paradossale autoconfessione, ad un delirio rivelatorio derivato da un rigurgito di coscienza, tutto recitato a filo di respiro con addosso l’implacabile sguardo del regista. E questo perché, nella favola triste che è la recente storia della nostra povera Italia, il re possa apparire finalmente nudo, almeno sullo schermo.

© 2008 reVision, Francesco Puma