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IdiotiIdioterne - 1h 57'Regia: Lars Von Trier Visto che tutti parleranno di Idioti, ultimo film di Lars Von Trier, partendo dalla regia (ormai il cineasta danese è,
alla sua paranoica maniera, una stella del cinema), noi partiamo dal resto. Partiamo dall’inizio. L’inizio di Idioti è di una semplicità e di una secchezza
che lasciano ammirati.
E’ crudele raccontare l’idea alla base del film, perché è così strana e al tempo stesso profonda, così apparentemente stupida ma sottilmente intelligente, così
originale che merita di essere scoperta poco a poco, in sala. Dunque, se avete già deciso di vedere il film, lasciate perdere questa recensione, godetevi Idioti
e poi, al limite, tornate qui a leggere (il resto della recensione lo merita).
Se invece vi dobbiamo ancora convincere che vale la pena di vedere Idioti, accomodatevi. L’idea di partenza, dicevamo. L’idea è che un gruppo di giovani danesi,
per sfregio verso l’ipocrita società borghese che li circonda, per bisogno di affetto, per sentirsi uniti (ed Alberoni continui quest’inutile elenco di cause prime
in vece mia) fingano di essere handicappati. Si comportino, come loro amano dire, da idioti.
Inutile dirlo, è un’idea pericolosa da maneggiare. Pensare di tirare fuori due ore di film da un soggetto del genere farebbe tremare i polsi a moltissimi registi.
Von Trier, invece, parte sicuro e decide di portare la sua provocazione fino in fondo.
Così, veniamo introdotti al gruppo di idioti poco alla volta, partendo dalla conoscenza casuale di una ragazza sensibile ed insicura, Karen, con alcuni di essi - e
già da qui si vede la bravura nel raccontare di Von Trier: gli snodi del racconto (l’incontro nel ristorante, la ragazza quasi costretta a seguire il gruppo, la scoperta
della loro simulata infermità) procedono con una puntualità ed una semplicità ammirevoli. Attraverso Karen ci avviciniamo e ci allontaniamo dal gruppo, una comunità
intenta in bizzarri rituali e alla caccia di complicate maniere d’amarsi che ricorda, per certi versi, quella raccontata in Crash da un altro grande del cinema
estremo, David Cronenberg.
Tutto Idioti, e qui passiamo a parlare di regia, è girato secondo i precetti di Dogma ’95, il manifesto firmato da Von Trier, Thomas Vintergerg (il regista di Festen) ed altri sodali. Ciò significa: niente scenografie, niente luci artificiali o quasi, solo camera a mano, grande spazio all’improvvisazione e altre regole e precetti che l’allegro gruppo danese incorpora sotto l’etichetta "voto di castità". E proprio ponendo in rapporto il lavoro di regia e il lavoro di scrittura di Idioti, ci viene una strana idea: che il modo di girare di Dogma sia soprattutto una maniera per portare la vecchia idea della sceneggiatura cinematografica oltre i propri limiti? Come in Segreti e Bugie di Mike Leigh, ma con ancor più flessibilità e libertà, in Idioti il regista si è limitato a stimolare delle situazioni e a registrarne le risposte. E lo stile di Dogma è perfetto per Idioti, cui le riprese con telecamera digitale (tutto il film è stato girato in video amatoriale e poi riversato in pellicola 35mm), aggiungono il fascino un po’ morboso dell’inchiesta televisiva (enormemente più intelligente rispetto a qualsiasi cosa passi in tv), tanto quanto era deleterio per Festen, assai più "scritto", concepito in modo molto più tradizionale come un gelido e levigato pezzo di teatro nordico, e poi girato come se fosse tutto improvvisato. Torniamo a Von Trier. E’ ammirevole che quest’uomo, partito da film volutamente vuoti e esteticamente bellissimi (Epidemic, Europa) si sia progressivamente
spogliato di ogni compiacimento arrivando a girare Le Onde Del Destino e Idioti. Per lui, Dogma è davvero un voto di castità: porre in primo piano le storie,
la sostanza, per dirla grossolanamente. Semplicità francescana per arrivare dritti al cuore di ciò che importa.
Paradossalmente, l’estremo rigore e la semplicità di Idioti rendono la forma del film forte, d’impatto, interessante. Permettono alla storia di sfuggire ai compiacimenti
delle sceneggiature oliate a tavolino, e alle immagini di acquistare grandissima forza perché necessarie - anche quando entra in campo un microfono, l’ombra di qualcuno
della troupe, lo stesso Von Trier con telecamerina e cuffiette.
E’ paradossale, ripetiamo, ma in questo modo il nuovo cinema danese è riuscito ad inventarsi una propria via, a raccontare in un modo interessante storie interessanti.
Ci vorrebbe un po’ d’umiltà anche da noi, dove si raccontano quasi solamente cose noiose in un modo noioso: provate a spiegarlo a Tornatore, che ha talmente smarrito il
senso del (vecchissimo e per alcuni inattuale) rapporto tra forma e contenuto da girare un monologo teatrale intimista, che racconta di un ripiegamento su se stessi,
come se fosse C’Era Una Volta In America. Dovevano spiegargli che il titolo di Baricco, Novecento, era solo il nome di un personaggio, non allusione ad un’epopea
alla Sergio Leone.
Ci vorrebbe un po’ di umiltà per arrivare a filmare come questi danesi, in un paese come il nostro in cui si girano le paginette di Baricco come se fossero l’Odissea.
Accidenti, ha ragione Von Trier, che presentando il film ha detto "esportare idioti in Italia è come esportare sabbia nel Sahara". E infatti, il distributore di Idioti
ci ha trattati tutti da idioti, tagliando tre buoni minuti di orgia come se gli italiani non fossero in grado di intendere e di volere. E’ un peccato, perché in quell’orgia
c’era tanto del senso del film.
Ma anche così, anche mutilato, Idioti colpisce e fa riflettere. Von Trier è un pensatore che ha delle visioni. Che è diverso da un intellettuale che ha delle velleità.
Von Trier appartiene, a suo modo, alla schiera dei Cronenberg, dei Lynch, dei Gilliam. Di chi riesce a farci esplorare un altro lato, un lato che non sospettavamo,
della nostra realtà.
© 1999 reVision, Fabrizio Bozzetti |
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