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La recensione dal Taormina BNL FilmFest 2003
di Elisa Schianchi clicca qui!


Identità

Identity - 1h 27'

Regia: James Mangold



Quando in una notte buia e tempestosa dieci piccoli indiani incontrano il Bates Motel, vuol dire che il cinema non vale più per la storia che racconta, ma per le storie in cui può mutarsi ad ogni istante. Identità parte con un delirante monologo in voce off su una scrivania da polizia criminale, zeppa di documenti e vecchie foto; prosegue con quindici minuti splendidamente montati a ritroso in stile Memento, lungo i quali un pugno di estranei si trovano legati da imprevedibili rapporti di causa-effetto; per concentrarsi infine nel fatidico scenario buio-chiuso-isolato, dove ogni personaggio immette il proprio film personale (poliziesco, thriller metafisico, storia d’amore...) e la gara ad eliminazione progressiva può finalmente iniziare.
Se una volta il cinema statunitense sapeva essere ammirevole era proprio in virtù di filmetti di tale fattura, che rimpiazzavano divi planetari e mezzi faraonici con folgoranti giostre narrative. Identità sbanda divertito tra generi e codici che si annullano a vicenda (perché all’origine di ogni B-movie c’è sempre Detour di Ulmer), regalando la rara sensazione del gratuito, di un’astrazione nuda emancipata da ogni messaggio sociale o psicologismo da telefilm. E stupendi embrioni di sceneggiatura buttati lì quasi con sprezzo: l’idea che dieci individui riuniti per caso siano nati lo stesso giorno e abbiano tutti il nome di uno stato; l’altra, ancor più bella, che uno sbandato incappi in un motel abbandonato, veda giungere per caso un primo cliente, e da un momento all’altro (per incoscienza? disperazione? bisogno di avere un ruolo?) si cali per sempre nella parte del “padrone”; e la sbalorditiva cornice di uno psicopatico (evidentemente cinefilo) che sceneggia nella sua mente un “film” dove far competere fino alla morte tutti i brandelli della propria personalità multipla. Quanti giallisti italiani sono in grado di partorire tre spunti così suggestivi?

Con sorprendente perizia, il copione di Michael Cooney immerge le algebre d’intreccio di Agatha Christie nella concezione postmoderna del film come mondo virtuale, parto autosufficiente di una mente demiurgica: idea che a vari livelli ha generato Providence e Shining, passando per L’Ultima Tempesta di Greenaway, fino a The Cell, eXistenZ e Matrix. Identità gioca questa partita senza timidezze e senza cercare alibi. Non certo come fa invece The Life Of David Gale, che da un lato si diverte a perderci tra piste false e vere ma dall’altro si vergogna di divertirsi così tanto, e allora tenta di giustificare tale puro piacere spacciandolo come (falsissimo) impegno progressista.
Ma anche nella gratuità più pura può affiorare, latente, una sottile visione del mondo: quella di un’umanità che si scopre prigioniera del proprio io, angosciata dall’impossibilità di mutare corpo, pelle, nome, reputazione, passato, ricordi. Chi sono queste marionette sperdute nella notte? Un patrigno che vorrebbe sostituirsi ad un padre/marito defunto, un’attrice che rimpiange gli allori di un tempo, un ex-sbirro ridotto ad autista, un criminale che si finge sbirro e che scorta un altro criminale, una prostituta che vorrebbe diventare agricoltore, un finto padrone di motel, una ragazza che simula una gravidanza, il suo maritino che simula eterna fedeltà... E tutto ciò nel deserto dello spirito che circonda Las Vegas, luogo deputato del caso, dove un’esistenza può riscriversi lungo il periplo di una biglia.
Identità sarebbe stato stupendo se un regista diverso da Mangold avesse accentuato la dimensione teatrale (come qualsiasi mestierante anni ’50 avrebbe istintivamente fatto), privilegiando totali e piani sequenza, piuttosto del consueto collage di primi piani paratelevisivi. Ma anche così, cediamo volentieri tutte le compagnie dell’anello e i loro mirabolanti seguiti per i brividi che questo filmetto sa costruire.

© 2003 reVision, Dante Albanesi