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The Hurt Locker

2h 11'

Regia: Kathryn Bigelow



Per Kathryn Bigelow i misteri della Storia e delle sue Guerre Infinite si consumano all’insaputa dei comuni mortali, con l’utilizzo di codici cifrati e sigle metaforiche. Pensiamo al suo film del 2002 sul sottomarino nucleare avariato, ambientato nel 1961 cruciale della Guerra Fredda, intitolato K-19. La sigla del titolo allude a quella del sottomarino stesso soprannominato "the Widowmaker", il "cacciatore di vedove", con evidenti allusioni alle sue potenzialità distruttive. Oggi è la volta di The Hurt Locker, altro titolo evocativo (in italiano, letteralmente: la cassetta del dolore). Una sigla che indica concretamente il contenitore metallico rettangolare nel quale vengono rinchiusi i resti biologici dei soldati caduti sul fronte assieme alle relative decorazioni, agli oggetti personali ed alle uniformi.
Di quale guerra ci parla l’ultima, attesa fatica della 57enne regista (ancora statuaria e seducente, piena di vitalità creativa e d’intelligenza critica), presente in concorso all’ultima edizione della Mostra di Venezia e vergognosamente ignorato dalla giuria? Di quella, attualissima, consumata in Iraq da un esercito americano guidato dalla perversa strategia "preventiva" del governo e composto di giovani professionisti del fare e del disfare bellico destinati allo smarrimento o, qualche volta, al massacro in nome della sempiterna ragione di stato pronta a definirli eroi. Il compito di questi militari disposti a tutto è quello di mantenere la loro posizione d’occupanti, in perenne atteggiamento difensivo o controffensivo, solidamente perplessi come i loro colleghi immaginati da Dino Buzzati lungo i bastioni del "Deserto dei tartari". Corteggiare la morte per ordini superiori, seguendo le antiche regole dell’onore virile è ancora una pratica diffusa, un modo per sfuggire all’alienazione quotidiana sventolando l’illusoria bandiera d’ideali politici che celano (e nemmeno tanto) interessi economici sempre più macroscopici: è bello ed è significativo che sia proprio una donna a raccontarci tutto questo. La Bigelow è riuscita nell’impresa di comporre un apologo mirabilmente equilibrato tra flagranza documentaristica e gusto narrativo, attenta a recuperare il timbro dei miti della cinefilia: il rapporto individuo/paesaggio che fu di John Ford, l’aura da psicodramma alla Howard Hawks, la secchezza visionaria di Samuel Fuller. Ma per The Hurt Locker si potrebbero citare anche l’intenzionalità claustrofobica e disorientante di Michael Mann e il realismo rarefatto di William Friedkin.

L’incipit, assai impressionante, ci mostra un’azione militare a Baghdad, territorio "lunare" di ordigni predisposti ad innescarsi e ad esplodere. Il calcolo matematico delle possibilità di vivere o morire, la polvere rossa del terreno attraversato da un piccolo robot–sonda che precede il sergente Matt Thompson (Guy Pearce) intabarrato nella propria tuta che lo fa assomigliare ad un’astronauta e pronto a disinnescare la mina: la sequenza "thrilling" che ha per location una zona della Giordania (dove il film è stato girato), rinvia a quella ieraticità allarmante in cui si raddensava la visione apocalittica del Kubrick di 2001: Odissea nello Spazio, con l’ordigno oscillante al ralenti che evoca l’osso del Pleistocene nel salto temporale all’epoca di Hal 9000, computer ribelle. L’uomo di fronte all’enigma distruttivo della macchina, la paura atavica che sfida il fato ridotto a spirale tecnologica: l’azione si risolve tragicamente, destinando ciò che resta del militare alla cassetta del titolo.
Quello che il film espone è la sfida giocata nell’arco di 38 giorni da una squadra di artificieri statunitensi, la EOD (Army Explosive Ordnance Disposal), prima del rientro in patria. Thompson viene immediatamente rimpiazzato, come capo dell’unità speciale, dal sergente maggiore William James (un ottimo Jeremy Renner), ardito fino all’incoscienza, instancabile cowboy del fronte capace di trascinare nel pericolo gli altri due membri della squadra, il nevropatico specialista Owen Eldridge (Brian Geraghty), istericamente ossessionato dall’idea della morte, e il sergente JT Sanborn (Anthony Mackie) che ricerca un punto d’equilibrio emotivo entrando più volte in conflitto con James. Delineando gli impervi tragitti di tensioni psicologiche tese più ad implodere che ad esplodere, il film esplora esemplarmente il senso di vuoto che cattura i protagonisti: è la paura, a cui vengono addestrati, a tenere unite le loro frustrazioni represse, il loro abbrutimento indotto, la loro tensione adrenalinica che si trasforma nell’unica droga capace di farli sentire vivi. E’ l’etica patriottica adattata alle esigenze della macchina bellica ad imporre le regole di una empatia coatta, di un’assuefazione al pericolo che narcotizza la coscienza fino all’afasia. Così assistiamo al ritorno a casa (già esplorato da cineasti come Wyler ed Ashby) del sergente James, incapace di vivere la normalità familiare a fianco della bella moglie e del figlio neonato, paralizzato di fronte alla incombenza domestica della spesa al supermercato dove si sofferma al reparto cereali indeciso sulla scatola da acquistare, ed invece disposto a tornare all’inferno di Baghdad per altri 365 giorni.

La Bigelow tende fino allo spasimo la corda narrativa di questo suo piccolo capolavoro di stile, utilizzando al meglio le possibilità "leggere" del formato super 16, inoltrandosi nei vicoli più nascosti, favorendo il dettaglio del sudore dei soldati, accostandosi e poi distanziandosi dal suo teatro di guerra, badando bene a non formulare alcuna teoria o prospettiva filosofica o assunto morale a quanto inquadra. Il risultato, però, è quello di un teorema tutt’altro che freddo sulla condizione delle trincee contemporanee, dominate dalle medesime fatiscenze etiche, culturali e politiche dei più antichi "orizzonti di gloria". A fornire la chiave di lettura alla regista è stato il suo attuale compagno Mark Boal, giornalista autore del reportage in Iraq da cui la sceneggiatura (a cui egli stesso ha collaborato) è tratta, e che già ha firmato il soggetto dello splendido Nella Valle di Elah. Ma qui, a differenza del film di Paul Haggis, non occorre mostrare la bandiera al rovescio per ribadire retoricamente il dark side di un’America ancora svilita dalle politiche guerrafondaie impiantate sulla paura di perdere i propri primati economici. Incastonando con analitica incisività la sue digressioni, come quella che riguarda l’altro cameo (insieme a quello fulminante di Pearce) di Ralph Fiennes capo dei mercenari nella potente scena ambientata nel deserto dove una finta richiesta d’aiuto si trasforma in una violenta azione di guerriglia, la Bigelow struttura la propria illuminante rappresentazione con l’ausilio di Barry Ackroyd, direttore della fotografia di United 93 firmato da Paul Greengrass e de Il Vento che Accarezza l’Erba che è l’incursione nello scenario del conflitto irlandese di Kean Loach, quindi abituato a gestire i valori tonali del difficile mix tra fiction e documentario. Ed ecco, dunque, che l’esperienza maturata con gusto superiore della regista – in prove come Il Buio si Avvicina (vero campionario delle screziature estetico–narrative dell’horror), Point Break (apoteosi dell’action psicologico) e Strange Days (disanima critica dei luoghi della Science–Fiction sociologica) – risulta utile ad affrontare con il piglio necessario alcune sequenze emblematiche. Memorabili risultano quelle del disinnescamento operato dall’intrepido sergente all’interno di un’auto che ha preso fuoco (condotta con magistrale economia da suspense) e l’altra, emotivamente assai forte, del kamikaze implorante che è costretto a farsi esplodere. La Bigelow sembra aderire, con afflato fordiano, al momento di pietas che vede ancora James di fronte al cadavere col ventre squarciato del bambino–bomba, avendo precedentemente giocato con lui durante alcune brevi occasioni di tregua.
In questo inquietante affiorare di tremori umani che fuorviano e forgiano la consapevolezza del vuoto a perdere vissuto nel desolato paesaggio della guerra in Iraq, c’è tutto il senso di un film capace di ostentare la sua prorompente, ammonitoria "debolezza". Di un film che ci chiama ad essere testimoni e complici di uno stato delle cose dove è la follia a dominare i residui conati della ragione.

© 2008 reVision, Francesco Puma