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Bugie, Baci, Bambole & BastardiHurlyburly - 2hRegia: Anthony Drazan Ci ho provato. Ma non posso impedire che il titolo di questo film mi ricordi Pugni, Pupe
e Pepite, western con sonore e scazzottate e la coppia John Wayne-Stewart Granger, e il praticamente coevo (1961, per la
precisione) Pugni, Pupe e Marinai, memorabile per l’interpretazione di Raimondo Vianello e un cameo di Don Lurio, nel
ruolo (e come poteva essere diversamente di sé stesso). Smisurata fantasia applicata alla traduzione del titolo originale dai
distributori italiani a parte, in Hurlyburly (preferirei continuare a chiamarlo così, per evitare di consumare nella
citazione il sessanta per cento dello spazio consentito) c’è ben poco da ridere. Delle quattro cose promesse dalla suddetta
traduzione, di baci ne appaiono pochi, le bambole son due o tre, di bugie e bastardi è pieno il mondo, anche se la classificazione
risulta un po’ generica. Persino per Eddie e Mickey, executives hollywoodiani, amici, o meglio coesistenti forse casualmente
nella stessa villa sulle colline. Impegnati in dichiarazioni esistenziali, razzie sessuali, smodato consumo di sostanze
stupefacenti. Soprattutto, loquaci, estremamente loquaci.
Hurlyburly ha un origine teatrale che il regista Anthony Drazan non tenta neppure di mascherare. Anzi, magnifica, suggerendo persino l’originale divisione in scene, chiudendo ancor di più i già ristretti ambienti, lasciando la macchina da presa quasi immobile, sempre concentrata su questo o quel personaggio, pronta a registrare il fiume di parole sconnesse che prorompe in accidentati monologhi. Eddie e Mickey cercano di resistere alla musica del caso che scuote l’universo, ai devastanti fenomeni atmosferici che occhieggiano dalla televisione accesa. Perfettamente cinico Mickey, nella sua equidistanza dai sentimenti, sconnesso e alterato dalla cocaina Eddie, apparentemente alla ricerca di un significato profondo, in realtà portatore di uno sguardo annebbiato sulle cose. Intorno a loro, una fauna di uomini deboli, che malmenano le mogli per maltrattare sé stessi, di donne indistinte, che usano come merce di scambio il proprio corpo. Un mondo caratterizzato da quella che Thomas Pynchon e la fisica chiamerebbero "entropia", una lenta, impercettibile marcia verso la disgregazione, una progressiva perdita di calore. I contorni delle cose vanno fuori fuoco, finiscono in una nebbia indistinta, la gigantesca vite senza fine dell’apocalisse. Film senza conclusioni, Hurlyburly, che lascia riemergere il ricordo di un altro
"mondo senza pietà", quello di Neil LaBute (Nella Società Degli Uomini,
in modo particolare), per l’impossibilità assoluta di comunicare ed il flusso incessante di cattiveria come unico legame
possibile tra le persone. Restano da antologie le telefonate tra Eddie e Mickey, fatte nei momenti più impensati, oppure da
dieci metri di distanza, e completamente autoreferenziali, senza ascolto o riflessione. Ma Drazan è meno geometrico di LaBute,
quindi meno inquietante, per certi versi. Conferma la capacità, già mostrata in film passati quasi inosservati come Zebrahead
e Crimini Immaginari, di lavorare molto sull’edificazione (intesa come costruzione) dei personaggi, di fare un cinema
di sfumature, più che di movimenti di macchina. Di essere particolarmente esigente con gli attori. Un film come Hurlyburly
è impensabile senza interpretazioni all’altezza: così Sean Penn, tossico zen alla rovescia, si è meritato un premio a Venezia
e Kevin Spacey rende imperdibile l’algido Mickey. Chazz Palminteri si destreggia nei panni del debole Phil, mentre Meg Ryan è
assolutamente poco credibile come lap dancer-prostituta di basso bordo. Anna Paquin, cresciuta sensibilmente, invece di causare
l’amputazione del dito della madre (come in Lezioni Di Piano) si limita ad occupare attivamente il divano di Eddie e
Mickey. Come un soprammobile, condizione media per gli esseri umani di Hurlyburly.
© 1999 reVision, Riccardo Ventrella |
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