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The Hunted1h 34'
Regia: William Friedkin Un biopic su Giacomo Puccini scritto da Luciano Vincenzoni, la biografia del pugile Sonny Liston "Night Train", "I diari di Jack lo
Squartatore", "O Jerusalem", "Shooter"... sono solo cinque dei progetti su cui William Friedkin ha lavorato dopo Jade, convinto che stessero per partire da un
momento all'altro, entusiasta di ognuno di loro, finiti temporaneamente o definitivamente nel limbo dei film mai nati, arenatasi a vari stadi di realizzazione, alcuni
pronti a rinascere dalle proprie ceneri, altri definitivamente abbandonati. E' singolare che i due progetti seguiti all'interessante ma sfortunato Jade (non contando
l'esperienza televisiva di Twelve Angry Men) siano due film che parlano di guerra, di armi, di politica e morale. In modo più netto e riuscito Regole
D'Onore, sotto le confuse spoglie di un lunghissimo duello l'ultimo, The Hunted. Conoscendo il cinema del regista di Chicago, è facile capire cosa l'abbia
attratto in questo progetto: al primo posto c'è sicuramente la possibilità di mettere a frutto un'esperienza personale che lo ha incuriosito moltissimo a livello umano
- in questo caso la conoscenza, avvenuta 10 anni fa, del vero tracker e survivalist Tom Brown, che insegna ai Navy Seals e ad altri corpi speciali americani l'arte
dell'omicidio senza mai aver ucciso nessuno. Al secondo c'è senz'altro il tema a lui tanto caro della sottile linea di confine tra eroe e criminale, assassino e poliziotto,
presente in tutto il suo cinema. E infine, una nutrita serie di altre attrattive, dalle splendide location dell'Oregon e dello Stato di Washington, alla voglia di lavorare
nuovamente con l'amico Tommy Lee Jones, al desiderio di mettere in scena il suo topos preferito, the chase, l'inseguimento, dilatandolo e declinandolo per la durata di un
intero film.
William Friedkin è un passionale, uno sperimentatore, e un uomo di successo nonostante sembri aver perso la capacità di entrare in sintonia con i gusti di un pubblico
che non è comunque più quello degli anni Settanta, viziato com'è da centinaia di trionfalistici action-movies e pietanze precotte servite senza bisogno di aggiungere
ingredienti sui piatti del suo immaginario cinematografico. Ora, tutto si può dire del cinema di William Friedkin, compreso quello meno riuscito, tranne che sia facile,
comodo e rassicurante. Ne è prova l'autentico disagio che la critica continua a provare di fronte ad ogni suo film, che spinge alcuni ad abbracciare in blocco, e spesso
faziosamente, la totalità della sua produzione, ed altri a rifiutarla altrettanto visceralmente. Non solo, a ulteriore conferma della sua inclassificabilità, c'è lo
sforzo continuo messo in atto per definirlo, soprattutto ideologicamente: per molti critici di sinistra, Friedkin è di destra, per altri di sinistra, e così via: guerrafondaio
e giustizialista, rivoluzionario e progressista. In realtà a lui della politica interessa ben poco, in senso ideologico, ma non ha timore di affrontarla e prendere posizione.
Ecco dunque che realizza Regole D'Onore, scritto da un ex sottosegretario alla Difesa della presidenza Reagan, e ne fa un vibrante ed attualissimo
spaccato di vita in cui dal confronto tra due amici, due uomini soli e umanamente falliti, con Samuel L. Jackson che condivide l'ossessione malsana per la giustizia e la
verità di Popeye Doyle, scaturisce un trattato di ambiguità coerente, forte e realistico che il finale solo in apparenza contraddice (del resto anche Lars Von Trier è stato
vittima dello stesso equivoco con Le Onde Del Destino). Col suo leggendario amore per la verità, e per i paesi arabi, i suoi contatti avvolti
dall'alone di una leggendaria preveggenza, Friedkin inserisce nel film ben prima dell'11 settembre una cassetta con i proclami antiamericani pronunciati dal vero Osama
Bin Laden, voce senza corpo certo, prefigurando quello che in parte sarà il destino mediatico del nemico pubblico numero uno. Incrocia il war-movie, il courtroom drama e il film
politico e ci dà spunti di riflessione in misura tale che ancora una volta la pigrizia ci impedisce di approfondirli. Spazziamo una volta per tutte il terreno dagli
equivoci: Friedkin non è di destra, non è assolutamente in favore della guerra, come ha dimostrato anche con le sue dichiarazioni pubbliche contro l'intervento in Iraq,
che gli è costato l'inserimento sull'idiota lista nera degli artisti da boicottare compilata dal New York Post. Semplicemente, da filmmaker, è convinto che le leggi del
cinema siano al di sopra di ideologie e mistificazioni, e se sceglie una storia è perché è sicuro che sia vera, e gli interessa scoprirne di più, scrivere un altro capitolo
della sua personalissima Recherche che, piaccia o non piaccia, ha diritto di esistere quanto quella di altri cineasti sicuramente meno abili e più mediocri, premiati
dall'establishment critico e dal pubblico.
Fatta questa lunga, ma doverosa premessa, concentriamoci su The Hunted. Come in altri film diretti da questo grande stilista del cinema, simile in questo al suo grande
amico Dario Argento, Friedkin si appoggia a una sceneggiatura carente da un punto di vista logico e strutturale. E sembra quasi di sentirlo ripetere il suo credo e il suo
cavallo di battaglia: "fuck the critics!" Nel profondo del suo cuore sa che troverà qualcuno in grado di vibrare per quel che fa vibrare lui nel profondo, e che gli
darà una risposta viscerale e non razionale. Da un punto di vista critico, ovviamente, non sempre è possibile adottare questo approccio nei confronti dei suoi film, e
The Hunted non fa eccezione. E' un film fangoso e selvaggio come le cascate che diventano protagoniste dell'ultima parte della storia, pieno di detriti, intoppi
del flusso della corrente, da setacciare come un fiume in cerca della polvere d'oro. E' la storia di Aaron Hallam, giovane soldato delle Forze Speciali americane che non
accetta di essere uno dei tanti addestrati da L.T. Bonham alla pulita e silenziosa arte dell'omicidio col coltello, ma lo vuole come padre, e desidera delle risposte che
lui non vuole o non può dargli, pena la propria sanità mentale, e perciò sceglie di sporcare la sua arte utilizzando il coltello in modo tutt'altro che veloce ed efficiente.
E' la storia di L.T. Bonham, che non si è mai interrogato sul significato di quello che fa, e non si considera moralmente responsabile di quello che è soltanto un lavoro
per lui, anche se il pensionamento volontario mostra l'incrinarsi di qualche certezza. E' la storia di un governo che avvelena le menti dei suoi giovani migliori, alleva
individui con una nuova morale, li dota di ogni abilità a sopravvivere in guerra, e non si cura di quel che possono fare in pace. E' un unico interminabile confronto nella
giungla urbana e nella foresta quasi primordiale dell'Oregon, è un accenno di inseguimento di macchina bloccato dal traffico, impossibile. E' l'occasione per autocitarsi:
Hallam e Bonham come il killer e Popeye Doyle sulla metro di superficie. E' la descrizione di un rituale di morte con le sue regole precise, il Sayak Kali: una tecnica
filippina, adottata dai reparti speciali americani, ipnotica, affascinante e letale come l'attacco di un serpente a sonagli. L'ambiguità morale, o ideologica, è qui senz'altro
attribuibile al ritorno ad una primitività che non riesce a lasciare indifferenti, che richiama nell'uomo il senso tutto virile della lotta, dell'omicidio, dell'arma che
diventa un'estensione del proprio corpo, della volontà di essere e sentirsi superuomo. Aaron Hallam in Kossovo, in una sequenza che ricorda non casualmente Apocalypse
Now, fa esperienza dell'orrore, l'orrore... L'impossibilità di dimenticare la ragazzina, il suo amore per un'altra bambina lascia intendere un vissuto violento,
un'infanzia violentata e solitaria. Non è l'orrore della guerra a mandarlo in crisi, della violenza cieca e insensata, ma il ricordo di qualcosa che gli è avvenuto, qualcosa
di così personale che fatalmente dissolve all'istante la capsula del suo condizionamento bellico.
The Hunted non è il miglior film di William Friedkin: la sceneggiatura dei fratelli Griffiths, rimaneggiata da Alex Monterastelli, è piena di buchi e non sequitur, e
non è aiutata dal minutaggio ridotto con cui il film è uscito in Italia, e dalle difficoltà produttive e di distribuzione che ha avuto in America. Il fallimento del personaggio
di Connie Nielsen è senz'altro imputabile all'incapacità di Friedkin di raccontare un personaggio femminile di poco spessore, normale, una donna che fa il suo lavoro e
che non ha ombre da far almeno intravvedere. La scelta delle musiche appare stavolta meno felice che in altri film di Friedkin, come se il suo noto orecchio musicale e
la voglia di sperimentare gli fossero in parte venute meno. Con l'eccezione, a mio parere, dell'idea di usare "Highway 61 Revisited" come citazione biblica senza farcela
ascoltare, e Johnny Cash sui titoli di coda. La direzione degli attori, pur bravi e aderenti al ruolo, gli sfugge qualche volta di mano. E il ricchissimo sottotesto della
vicenda, che con Rambo ha solo un'ovvia ma superficiale parentela, resta, per problemi produttivi o altro, sicuramente poco esplorato. Personalmente, avremmo aperto
il film con uno di quegli ingannevoli cartelli che spesso mendacemente promettono "una storia vera". In fin dei conti, che questa gente esista, che gli assassini e i loro
maestri siano una progenie a cui l'esercito americano dà continuamente vita, corollario moderno delle "regolari" tecniche di guerra, è vero e provato, ma vedendo il film
può anche non risultare chiaro. Questo e altri motivi fanno di The Hunted un film faticoso, difficile, al tempo stesso tempestivo e inopportuno. Non è sicuramente
un'opera riuscita, e per trovare l'oro bisogna massacrarsi i polsi per ore agitando il setaccio, ma alla fine, sarà un caso se continua a riecheggiarci dentro come un
sordo dolore nella cavità orale, a farci ripensare, nonostante tutto, a qualcosa che non abbiamo colto o non abbiamo voluto cogliere? Se il Dio del cinema stavolta ha
abbandonato William Friedkin, beh, è certo che qualcuno di altrettanto potente ha tenuto sotto le sue ali questo action-movie bastardo e traditore.
© 2003 reVision, Daniela Catelli |
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