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Hulk2h 18'
Regia: Ang Lee Quando il sogno di bambino è perpetuamente infranto di fronte a una crescita
impossibile, l’unica alternativa è la sopravvivenza tra i cocci dolorosi del
passato. Hulk rappresenta il luogo eterno della tragedia (che si
ripete). Il trauma della separazione dei genitori, e poi, l’uccisione del
padre, inevitabile, per dare un senso preciso, compatto, solido all’identità
dell’uomo nuovo. Il film procede dal lutto non vissuto, rimosso, della madre,
fino alla lotta conclusiva col padre, simbolo del peccato originale, nel suo
ostinato rifiuto del Paradiso e delle Leggi di Dio. Adamo e anche Caino, hanno
commesso i crimini imperdonabili per orgoglio del sé, tentano di superare i
limiti della Natura con la tecnologia (biotecnologia, modificazioni genetiche).
Se quindi il padre Nick Nolte figura in modo manifesto questa ribellione
dell’Uomo, dall’altra parte l’umanità dei governi, degli eserciti, delle
burocrazie, di tutte le gerarchie, esprime l’avidità e la corruzione per un
sogno di potere e potenza assoluti. Così Ang Lee trova perfettamente lo spazio
"aperto" per far agire questa lotta, umiliando alla fine la logica delle armi.
I carri armati diventano dei giocattoli con i quali Hulk si diverte, fino a
torcere il cannone anteriore e portarlo a ridosso della porta d’ingresso della
macchina bellica. La lotta con gli aerei è ancora più eccitante con le bombe
che inseguono ovunque il gigante verde, i proiettili che rimbalzano sulla
pelle, gli elicotteri che precipitano come insetti colpiti, la distruzione della
terra, dei deserti di roccia. Infine la bomba atomica, la risorsa "giusta"
(utilizzabile come unico rimedio) che dovrebbe sommergere il mostro per sempre.
Parodia della forza bruta contro
l’energia spirituale che rifiorisce, diventa di nuovo verde, fiorisce negli
angoli di un’Amazzonia, vessata dalle brutalità di altri spietati oppressori.
Hulk è l’inno contro la violenza esteriore, superficiale, perpetrata dalle menti
ottuse, prive di sentimenti: amore, pietà, compassione. Per questo è legittimo
l’uso non tanto improprio di una figura femminile (Connelly) come possibilità
di cura, recupero (da quella malattia di cui è affetta la specie umana: la
violenza), guarigione. Le attenzioni tenere, commoventi di una donna, tra
lacrime, sospiri, gemiti, sguardi dolorosi, e che richiamano anche l’innocenza
ed il sacrificio di un’altra donna: la madre di Hulk, ferocemente assassinata
dal marito. Su questi pensieri Lee articola quasi cinicamente un’altra "tempesta di ghiaccio", tra personaggi che sembrano gli stereotipi e le caricature dell’ottanta per cento dei blockbuster americani (affaristi spietati, militari e soprattutto il Presidente che riceve le chiamate "urgenti", mentre è intento a una serena, pacifica, pesca nel fiume). E ancora di più, l’assalto finale, laddove Hulk è circondato da poliziotti, pompieri, paracadutisti, altri cecchini appostati sugli edifici, e forse vigili urbani di una San Francisco che può essere violentata e scossa da qualsiasi tipo di onda (non sismica). Rimane negli occhi la corsa saettante, aerea, leggera, di Hulk, l’abbraccio estremo al bolide jet che lo porta nella stratosfera tra le stelle, e la caduta inevitabile, dell’uomo, che infine deve abbracciare il più umile luogo terreno, rinascere dalle proprie ceneri, quando ha trovato la chiave, il segreto della propria interiorità, equilibrio tra passato e presente. Solo così può finalmente (sperare di) vivere realmente. © 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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