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L'Anima Opaca Che Cerchiamo Esistono film che sono la somma di momenti drammaturgicamente forti, che vivono in quanto insieme, che si rafforzano l'un l'altro.
In The Hours, invece, esistono come sospensioni del senso, che isolano i momenti forti, donando loro una ricchezza di senso
insospettata, che fa riferimento ad un sentimento oceanico del mondo.Questo perché il tema della perfezione raggiunta e subito persa, che è il trait d'union delle tre storie, dei tre periodi del Novecento che ruotano attorno al mondo del romanzo "Mrs. Dalloway" di Virginia Woolf, si presta ad un venir meno delle certezze drammaturgiche tradizionali, che diventano materia di un gioco sottile, dove è messa continuamente a rischio la volontà di plasmare la vita come un tutto unico, dove tutto si cerca. Non c'è allora un piano sovratemporale che dia compattezza, unità alle tre storie, quanto invece un indecidibile perdersi e ritrovarsi, che è il destino al quale vanno incontro i tre personaggi femminili, alle prese con la depressione, la malinconia, il venir meno delle certezze legate al proprio ruolo. In particolare Clarissa Vaughan (Meryl Streep) che nella Los Angeles contemporanea deve combattere contro la volontà dell'amico scrittore Richard, malato di AIDS, di recidere le radici che lo tengono avvinto alla vita, deve accettare il rischio di guardarsi dentro, di guardare alla propria vita come ad un trasognato trascorrere di momenti irrelati fra di loro, che è compito della propria coscienza tentare di trasformare in un libro che trasmetta un senso qualsiasi. Quel libro che per Virginia Woolf (Nicole Kidman) è una realtà fisica, è il romanzo "Mrs. Dalloway" al quale è affidata la propria salvezza, l'anima opaca che cerca, in un travaso di esperienze tra la vita e la fiction che ci dice quanto la fiction possa essere intrisa di vita, di quel divenire che è opposizione alle certezze inutili dell'essere, che non parlano un linguaggio che ha il sapore della salvezza. Ma è Laura Brown (Julianne Moore), moglie e madre fragile, insicura del ruolo che è chiamata a ricoprire, il personaggio che più si avvicina al tentativo di cui si diceva, quello di mostrare la vita come incertezza in qualche modo metafisica, che fa riferimento ad un trascorrere di esperienze che non si muovono su un terreno comune, che non fanno riferimento a quella compattezza dell'essere che un po' tutti e tre i personaggi femminili non fanno che rimpiangere, pur nella coscienza dell'inutilità di fare ricorso a categorie ontologiche tradizionali, a schemi interpretativi che non hanno la ricchezza di senso, l'apertura del simbolo, che qui Stephen Daldry sa utilizzare con grande intelligenza e sensibilità quasi esasperata. © 2003 reVision, Marco Marinelli |
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