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The Hours1h 55'
Regia: Stephen Daldry Dall’omonimo romanzo di Michael Cunningham, una successione di atti unici per teatro da camera. Dialoghi pregevoli,
recitazione ad alti livelli, regia imbalsamata. 1923, prima parte. Siamo in zona James Ivory: grande villa vittoriana sepolta nel verde; acidità tra serva e padrona; Londra come pianeta remoto e odiato e irrinunciabile; gelo polare dei sentimenti. Nei panni (e nel naso) di Virginia Woolf, Nicole Kidman rielabora magnificamente la figura altera e spiritata messa a punto nel quasi omofono The Others. Vive emozioni di vaga necrofilia accanto a un uccellino morto. Nutre un ambiguo e tortuoso rapporto con Miranda Richardson, sorella "normale" e rivale (in fondo è la stessa che in Eyes Wide Shut, davanti al feretro del padre, aveva cercato di soffiargli Tom Cruise). E come ogni artista che aspiri a una cine-biografia, è ovviamente pazza; perché se un grande artista non è almeno un pochino malato, poi lo spettatore rischia di provare invidia, si sente inferiore, si deprime, e all’uscita parla male del film. 1949, seconda parte. Come ai tempi mitici dei B-movie all’italiana (quando Ciro Ippolito sfornava il suo Alien 2 con sei anni di anticipo su Cameron), anche Daldry affianca sul filo di lana Lontano Dal Paradiso di Haynes, riproponendo Julianne Moore (Laura), gli stessi abiti sgargianti, la stessa casa luccicante. Solo che stavolta l’omosessuale non è il marito (mica possiamo rifare tutto uguale), ma lei stessa. E ovviamente c’è di mezzo anche un bambino (altrimenti l’Oscar te lo sogni, e il regista di Billy Elliot certe cose le sa): un bambino che soffre in silenzio, piange ripetutamente, non parla ma vede tutto, e crescendo non riuscirà a liberarsi dai suoi traumi, eccetera. Tutto secondo codice Academy Award. Poi d’un tratto, involontariamente, arriva l’unico momento "vero" dell’intero film: quella copia di Mrs. Dalloway che appare sfocata sulla mensola, entità extraterrestre tra mille scialbissimi oggetti di uso quotidiano, capace di mettere in bilico l’intera esistenza di una dimessa casalinga; e quel bacio che Laura ruba alla sua migliore amica, la quale subito dopo, con sorriso imperturbabile, nega che l’evento sia mai accaduto... Ma è solo un attimo, ed ecco che Daldry riprende il controllo con uno scenone da breviario di psicanalisi: manco fosse Kim Novak in Vertigo, spedisce inspiegabilmente la sua Laura in una stanza d’albergo, dove la sommerge sotto un’improvvisa alluvione (sic). Anni ’90, terza parte. Il bambino è cresciuto, è un romanziere celeberrimo. Altro clone da applausi: in un’insuperabile metamorfosi
da Actor’s Studio, Ed Harris si trasforma in Jeremy Irons (da Io Ballo Da Sola), scippandogli il cappello, la vestaglia,
l’indolenza strascicata, la barba ispida, la pupilla remota, l’Aids, e persino il mestiere di scrittore. L’ex-moglie Clarissa (Meryl
Streep) non lo ama più, anzi lo ama ancora, e per lui prepara una colossale cena di festeggiamento in stile Babette. Ma l’uomo,
vivendo nel ricordo della madre che lo abbandonò da piccolo, non è riuscito a liberarsi dai suoi traumi eccetera, e sul più bello
(anche per evitare la festa in suo onore) si getta giù da una finestra. Grave errore, Mr. Daldry: avessi avuto il fegato di eliminarlo
da piccolo, per gli avversari agli Oscar non ci sarebbe stata storia.Tre donne, un destino: come nella migliore delle telenovele. Ma ora tiriamo le somme. Siccome le storie non si incontrano mai, occorre qualche simmetria narrativa, così anche il più addormentato intuirà che le trame sono collegate. Quindi, se Nicole scrive di fiori, subito Julianne e Meryl faranno a gara a comprar fiori. Se Nicole ruota il capo con rigidità pseudo-kubrickiana, il bambino dovrà fare lo stesso almeno una decina di volte. Se Virginia Woolf si suicida, è chiaro che prima o poi toccherà pure a qualcun altro. (In questa sagra delle corrispondenze, l’Edoardo Ponti di Cuori Estranei trova finalmente il suo degno rivale.) E lo stile? Trattandosi di tre donne, sarà ovviamente un po’ Cechov ("Tre sorelle"), un po’ Woody Allen (Hannah e Le Sue Sorelle), un po’ Kieslowski. Ma certo, anche un po’ Greenaway (Giochi Nell’Acqua). E quindi ci vuole senz’altro qualche brano minimalista. Hai telefonato a Wim Mertens? Occupato? E Michael Nyman? Dice che s’è stufato dei film alla Greenaway? Bene, allora vada per Philip Glass. Non preoccuparti, è facile. Lo spargiamo un po’ in tutte le scene (sì, ininterrottamente, l’ha fatto pure quel tipo lì di Magnolia), che gli dà quel sapore europeo che agli americani stuzzica, e vedrai che qualcuno ci prenderà pure per grandi autori. © 2003 reVision, Dante Albanesi |
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