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Hostel1h 35'
Regia: Eli Roth Raccapriccio e stupore verso il sogno americano
rovesciatissimo. Che diventa incubo, paranoia, nevrosi, fino al più estenuante
nichilismo. Hostel potrebbe essere in assonanza con Heimat,
ovvero ricerca di patria, casa, spazio domestico. Ed invece il detour prima
annulla il più piccolo segno di familiarità e poi lo lacera con lo
sprofondamento del vuoto pneumatico della macelleria a pagamento, laddove
l’occhio esercita la sua parte esclusiva di autoperversione. Se il cinema di
Quentin Tarantino (qui produttore e sponsor) ha indicato un movimento, una
direzione precisa nel cinema contemporaneo, questo percorso è l’autoerotismo
dell’occhio. Il cinema, la visione, hanno la funzione esorcizzante di far esplodere
i desideri profondi non narrabili. Niente di strano se consideriamo che tutti i
massacri, i sanguinosi corpo a corpo, nella storia dell’uomo, sono
caratterizzati dalla medesima deriva della coscienza. Un detournement
che coincide con gli istinti più bassi e meschini, ma non meno viscerali e potenti.
Hostel, al di là delle varie leggende metropolitane, sintomi di inquietudini anche superficiali, mette in scena la divisione netta globale tra un mondo "civilizzato" e sicuro (gli Stati uniti) ed un mondo altro (a cominciare dall’Europa dell’Est, che dopo la caduta del Muro fa perfino più paura) luogo di tutte le possibilità infere. Non a caso il viaggio dei ragazzotti arrapati coincide con lo svelamento di qualche girone infernale. Non c’è il coraggio di rappresentarlo a New York, negli Stati uniti, come avevano fatto nel passato L’Avvocato del Diavolo o Ascensore per l’Inferno o Abel Ferrara (The Addiction). Nella mitologia degli horror (e dei noir) è una tappa fondamentale il ricorso alla perdita di orientamento spaziale. Però qui si parte, al contrario, da una precisa indicazione del punto di smarrimento: dopo Amsterdam, confine sicuro, la Slovacchia, ancora una assonanza con le varie Transilvanie, ma i vampiri in questione sono figurine troppo esili per fare veramente paura. Ometti con la pancetta, frustrati e nevrotici, che si comprano un divertimento molto particolare e tutti i personaggi collusi al seguito, ragazze procaci comprese, le quali saranno le prime rocambolesche vittime della vendetta. Dialoghi e sceneggiatura sono
inesistenti ed anche le scenografie si apprezzano più che altro per la
confusione dei dettagli, per l’imprecisione, la non riconoscibilità che sono
una cifra dell’angoscia. Eli Roth è un regista in grado di comporre immagini
ineludibili, come quella iniziale in Cabin Fever, il cane lupo
sventrato; ed in questo caso la giapponese che perde l’occhio, con citazioni
allo stesso Tarantino (Kill Bill) e a molto horror dell’Estremo Oriente
(The Eye).Hostel è il dato figurativo di una sensazione profonda di oltrepassamento della gioia, del piacere di uccidere. Se non riconoscessimo come esistente tale piacere saremmo dei bugiardi, perché l’omicidio accompagna tutta la storia dell’uomo (e del resto Caino e Abele sono il prototipo). Ma rispetto alla follia lucida di Hannibal Lecter, si è scivolati verso la espressione di un sentimento diffuso, comune. In fondo Hostel ci dice che ciascuno di noi vorrebbe essere nei panni di un omicida, naturalmente per gioco, come un videogame. E lo spargimento di sangue, lo splatter estremo potrebbero essere un coefficiente di realtà, un supporto in più alla produzione nuova di immagini scioccanti. Dopo tutto il già visto, naturalmente. Dopo le dirette oscene, dopo gli snuff movies. Un ostello che conduce direttamente nell’inferno dell’inconscio e del perturbante. © 2006 reVision, Andrea Caramanna |
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