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Hostage1h 53'
Regia: Florent Siri Florent Emilio Siri, cineasta francese cresciuto all’ombra di Eric Rohmer, ispirato da noir americano anni '40 e Nouvelle Vague ma
chiaramente influenzato anche da Leone e un certo Carpenter, dopo aver conquistato il pubblico col suo lungometraggio Nido di Vespe si è guadagnato l’attenzione
di Bruce Willis che, in veste di lungimirante talent scout e produttore, gli ha offerto di portare sullo schermo il romanzo giallo "Hostage" di Robert Crais e di realizzare,
in un colpo solo, un blockbuster dal budget milionario e il sogno americano di qualsiasi regista alle prime esperienze.Un mix di azione e dramma psicologico per narrare la trama di caduta e redenzione di un buono fallito raggiunto, suo malgrado, da un’occasione di riscatto. Fin qui nulla di nuovo: il cinema USA pullula di antieroi scivolati sulla propria sicurezza arrogante che, per caso e controvoglia, risalgono dal pozzo dell’infamia. E anche il ruolo cucito sulla pelle di Bruce Willis, cinquantenne di nuovo asciutto, che presta le pieghe della sua maturità a un personaggio stile Duro a Morire 10 anni dopo, non offre molto a chi pretende di essere stupito. Ma questo particolare film, pur già visto, non annoia. La matrice francese, ruvida e volutamente dura, c’è e si nota e permea l’intera proiezione di colori, effetti sonori, virtuosismi registici che non sono propri delle pellicole Hollywoodiane ad alto budget e che scorrono per il compiacimento di chi osserva, oltre la superficie, notando qua e là un richiamo cinefilo, un omaggio discreto, un contributo mutuato dalla produzione di qualche grande del cinemascope. La storia, dunque, è in sè semplice. Jeff Talley è un poliziotto specializzato nelle trattative per la liberazione di ostaggi, oggi sopraffatto dal senso di colpa per un errore che, durante un sequestro, è costato la vita a una madre e al suo bambino. Da quel momento la depressione, il disagio e l’allontanamento emotivo dalla sua famiglia hanno reso l’uomo una vittima assediata dai fantasmi della memoria, che sceglie l’autopunizione e rinuncia a grado e ambizione, per trasferirsi in un piccolo centro e condurre una vita senza responsabilità. Ma quando tre giovani sbandati assaltano la villa di un boss della mala, l’agente Talley è costretto a guardare in faccia i suoi demoni, fare a pezzi il suo passato e prendere in mano una situazione disperata. Che è anche più delicata di quei casi complessi che un tempo era l'unico a saper risolvere grazie alla sua bravura di mediatore. In pericolo, infatti, oltre alla vita della famiglia presa in ostaggio (padre, figlia adolescente e bambino) e degli stessi tre malviventi terrorizzati da un gioco troppo grande, anche l’incolumità di sua moglie e di sua figlia (Rumer Willis, primogenita dell’attore qui al suo debutto) che saranno assassinate da un gruppo di ignoti criminali ricattatori se Talley non consegnerà loro dei Dvd contenenti informazioni preziose, nascosti nella casa assediata. La regia è accattivante e Siri sceglie l’espediente di girare in notturno per sottrarre l’elemento del tempo alla storia e privare lo spettatore
di qualsiasi riferimento che possa farlo distrarre dall’evoluzione della trama, girata con buon ritmo e competenza. Non a caso i toni predominanti sono quelli innaturali del
nero e del rosso, scelti per caratterizzare un film dalla tensione in continua crescita verso un finale non scontato. La sceneggiatura è, forse, un po’ debole e tende a
riproporre più volte contesti analoghi finendo col non assecondare le virtù di una regia che, priva di adeguata solidità narrativa, rischia di risolversi in esibizioni di tecnica
fine a se stessa.Pur non dimentico dei "poliziotteschi" francesi e del puro divertimento da cinema di genere, Siri sembra, inoltre, concedersi un po’ troppo al metodo americano fatto di eccessi e votato al trionfo di uomini e mezzi. Da menzionare la casa, non semplice location delle scene fondamentali ma moderna fortezza virtuale in grado di produrre un’evoluzione inattesa del concetto di ostaggio nel corso del film. Situata in cima ad una collina a Topanga Canyon, con telecamere interne, finestre di acciaio, pannelli nascosti e sensori, in certi momenti sembra animata e capace di sovvertire i ruoli dei protagonisti in carne ed ossa, tanto che i depistaggi non sono infrequenti e la natura di carnefice vittima sembra meno attaccata alla pelle degli interpreti di quanto non lo sia la muta di un rettile. In fin dei conti Hostage è un discreto film di genere che, però, non ha il piglio di staccarsi di netto dai cliché americani dell’action movie, sacrificando certe trovate inusuali agli dei pagani del botteghino e tributando le potenzialità di un noir psicologico all’esaltazione forzata di un modello familiare scaduto persino nelle pubblicità delle merendine. © 2005 reVision, Elisa Schianchi |
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