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Il Mondo di Horten

O'Horten - 1h 26'

Regia: Bent Hamer



L’inverno "del nostro (comune) scontento" è una stagione cara al norvegese Bent Hamer che l’ha impressionisticamente utilizzata, come molti registi prima di lui, per le sue parabole esistenziali. Qualche anno fa, nell’originale Kitchen Stories, Hamer faceva interagire, all’interno del claustrofobico microcosmo di una cucina, un ricercatore svedese e uno scapolo norvegese mentre nel successivo Factotum, in trasferta nella provincia americana, il clima freddo si trasferiva nell’interiorità devastata dell’alter ego dello scrittore maledetto Bukowski impersonato da un Matt Dillon perduto tra fiumi di alcol, donne e licenziamenti in tronco. Insomma, la condizione invernale, con i suoi paesaggi ghiacciati fino all’astrazione, fornisce suggestivi elementi di richiamo per far rivivere algide atmosfere dei rapporti umani. Il ritorno di Hamer in Norvegia, dopo la già citata parentesi hollywoodiana, è segnato da quest’ultimo Il Mondo di Horten, un film assolutamente imperdibile, presentato a Cannes l’anno scorso, nella sezione "Un Certain Regard". L’humour tipicamente nordico di cui è impregnato il cinema di Hamer ha una grana surreale che procede per accumulo di elementi, in trame a puzzle collegate da un solo protagonista su cui è concentrato il racconto abilmente articolato, come in questo caso, in una sceneggiatura molto ben scritta e dal piglio malinconicamente divertente. L’acutezza dei dialoghi permette lo sviluppo di una rete di relazione tra i personaggi con impervie e spesso depistanti soluzioni che dapprima nascondono e poi svelano l’ordito geometrico, e dai volumi variegati, della trama. In più c’è il gusto per la visione di un paesaggio palesato progressivamente da lievi movimenti di macchina che scandiscono il tempo del racconto sospeso e segnato poeticamente dall’adesione al punto di vista del personaggio protagonista. Risulta evidente il parallelismo con la atmosfere grottesche e stralunate del cinema di Kaurismäki con un assunto che, però, ne rifiuta il pessimismo radicale: Hamer preferisce chiudere il suo film con una nota di speranza che allude ad una rinascita esistenziale.

Il suo protagonista, Odd Horten (interpretato magnificamente da Bård Owe), è un macchinista di 67 anni che ha passato quarant’anni a bordo dei treni giungendo alle soglie della pensione. Nella sua ultima giornata di lavoro lo vediamo impegnarsi inizialmente con i rituali quotidiani (il caffè da versare nel solito termos, la rituale copertura della gabbia del suo uccellino), pronto a ricevere i festeggiamenti dei colleghi e ad affrontare le incognite di un futuro svuotato dal proprio "fare". Ma ecco che il tempo, come in una favola, sembra dilatarsi a segnare l’improvviso suo deragliamento da un binario a cui sembrava destinato. La notte sembra favorire l’irruzione dell’elemento irrazionale attraverso una serie di minimali avvenimenti collegati dal non-sense di cui le cose, certe volte, sembrano fatte. In attesa che un collega gli apra il portone del palazzo, l’anziano ferroviere scala i ponteggi innalzati nella facciata, finendo per sbaglio nella stanza da letto di un bambino che lo tratterrà con lui per una notte e che lui abbandonerà, la mattina dopo, senza farsi vedere dalla famiglia per riconsegnarsi ad un tran-tran quotidiano scandito dai tempi della fumata della pipa (sempre la stessa) e della bevuta di birra consumata nello stesso ristorante e al solito tavolo. Ma l’excursus surreale prosegue all’interno di un aeroporto, quando Odd si mette sulle tracce di un impiegato del posto, perdendosi come monsieur Hulot attraverso metal detector e nastri trasportatori di valigie, avanti e indietro per un’intera giornata ritrovandosi nella pista di atterraggio a fumare la sua pipa, fermato e poi rilasciato dagli addetti alla sicurezza. Alla fine troverà l’amico Flo (Bjørn Floberg) a cui dovrebbe vendere la sua preziosa barca. A colloquio con un’impiegata in una tabaccheria che scopre essere la vedova del proprietario morto da qualche giorno, il nostro assiste all’irruzione di un uomo infreddolito che dichiara di aver perso dei fiammiferi e, dopo esserseli fatti regalare, rientra affermando di averli persi nuovamente. S’imbatte pure in un uomo anziano, disteso a dormire sull’asfalto ghiacciato, scoprendo che si tratta di un certo Trygve Sissener (Espen Skjønberg), un diplomatico che ha viaggiato per il mondo, conducendo con sé quello che lui dice essere un frammento di un meteorite che ha cinque milioni di anni. L’incontro è, per Odd, decisivo: dopo una chiacchierata dentro l’elegante abitazione di Trygve, arredata di cimeli, i due si mettono a bordo di una macchina, dove il diplomatico sfida la sorte e la strada ghiacciata guidando bendato per poi concludere la corsa morendo d’infarto a un semaforo rosso. E qui, per il nostro, si delinea la possibilità di un cambiamento di vita quando egli s’impossessa della pietra preziosa del defunto riposta nel frigobar, del cane dello stesso e di un paio di sci che gli ricordano la figura della madre campionessa di salto col trampolino. Poi s’imbatte in Steiner (Kai Remlov), venendo a conoscenza delle bizzarrie di un inventore schizofrenico colto, saggio e malinconico che si è spacciato per un diplomatico e attraverso le cui parole scopre che il defunto non era altri che il fratello: un pirandelliano scambio delle personalità e dei ruoli. Seguono squarci surreali che ci presentano un tizio vestito di grigio che si lascia scivolare sull’asfalto e una divertente sequenza notturna in una piscina dove Odd si ritrova a nuotare di nascosto insieme con una coppia di fidanzati passionali (l’inquadratura fissa la fa sembrare ripresa da un oblò mentre è attraversata dal corpo nudo dell’uomo anziano).

Tratteggiando questi episodi stravaganti e apparentemente incongrui, Il Mondo di Horten fa lievitare in modo originale un’ironica riflessione sulle possibilità di rinascita esistenziale offerte dalla vecchiaia, esibendo una vena poetica che sembra corteggiare con successo le formule dell’apologo, raccontandoci dell’ (impossibile?) allineatura dei binari quando si perde l’orientamento e il treno della vita può cominciare il suo viaggio più liberamente, seguendo la rotta delle apparizioni rimanenti e dei sogni residui: il film di Hamer ci parla dell’utopia quotidiana inanellando con garbo episodi compiuti, focalizzando i suoi originali personaggi con primi e primissimi piani attraverso un’encomiabile economia espressiva e con un gusto geometrico della composizione. Ci si può riconoscere nella parabola di quest’uomo marginale e dignitoso che ha sempre sognato di prendere l’aereo ma non l’ha mai fatto e che, a un certo punto, arriva a indossare un paio di tacchi a spillo rossi, sfidando il proprio destino di disillusione e riuscendo a guardare la vita con stupore ritrovato, con quello stesso stupore che è un dono solitamente destinato ai pochi pronti a volare oltre i binari del mondo.

© 2009 reVision, Francesco Puma