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1h 37'

Regia: Ursula Meier



Spesse volte la realtà trasfigurata attraverso lo sguardo di un cineasta assume dei contorni irreali: ci si domanda se sia la realtà stessa a superare la dimensione parallela della fantasia o se, per fare questo, occorra ancora la mediazione autorale. Quella raccontata da Home è una vicenda talmente reale da risultare fantastica, un plausibile paradosso dai contorni tragici e grotteschi. Il titolo, evocatore di una quotidianità raccolta, lascia presagire lo sconvolgimento provocato da un elemento capace di mutare lo spirito di un paesaggio e la psiche dei personaggi, coinvolgendoli in una relazione fatale.
Dell’autrice franco–svizzera Ursula Meier (già assistente di Alain Tanner, documentarista e autrice di rilevanti corti) diciamo senza reticenze che si tratta di una rivelazione e che questo suo primo lungometraggio per il cinema (ne ha già realizzato uno per la televisione) si è ben meritato i plausi critici quando ha partecipato alla "Semaine de la Critique" di Cannes dell’anno scorso. E’ la rivelazione di uno sguardo tagliente e sarcastico, di una raffinatezza narrativa capace di mettere in rilievo i personaggi incastonati nel divenire dei paesaggi naturali, con asprezza alla Godard ed uno straniamento degno dell’epica di John Ford.
Scenario di questo progressivo sconfinamento nell’alienazione è una casa costruita nei pressi di un’autostrada chiusa al traffico da dieci anni, abitata dai cinque componenti di una famiglia isolata dal mondo (personaggi similari a quelli che ritroviamo nei ritratti della provincia americana tratteggiati dall’iraniano Amir Naderi). Il prato su cui si affaccia l’abitazione è l’unico punto di fuga di questa condizione frustrata, l’emblematico luogo del ludico, drammatico passaggio dall’infanzia all’adolescenza nel quale sembrano deboli gli anticorpi che difendono dal detour delle pulsioni e dall’avvento di un’afasia esistenziale capace di condurre nel recinto di una nevrosi che attanaglia mente e corpo.

La coppia Marthe e Michel (ovvero, Isabelle Huppert e Olivier Gourmet) ha tre figli, la maggiore delle quali è Judith (Adélaïde Leroux), che passa le sue giornate distesa al sole su una sdraio ascoltando sound "metallico" a tutto volume. Ci sono poi i più piccoli Julien (Kacey Mottet Klein) e Marion (Madeleine Budd): il primo ama i suoi pattini contrapponendosi, col suo dinamismo, alla passività di Judith, mentre la seconda appare compresa nel suo sofferente pudore impossibile da scalfire. E’ evidente come quest’ordinario ma emblematico gruppo di famiglia evidenzi un’infelicità scandita da uno squilibrio quotidiano dove pesi e misure subiscono continui, letali sbilanciamenti. La nevrosi dei personaggi viene progressivamente svelata come sintomo provocato da minimali accadimenti. Come quello consumato nel giro di una notte quando un gruppo di operai si mette al lavoro per asfaltare l’autostrada e riaprirla al traffico il giorno dopo (una lunga bellissima sequenza notturna che possiede un ironico côtè fantascientifico con gli operai in tuta che sembrano astronauti lunari). Il flusso autostradale che riprende il suo corso accentua l’angoscioso dispiegarsi della crisi dei nervi familiari e ha il suo culmine in un ingorgo che ricorda quello del geniale film di Comencini degli anni ’70, con gli automobilisti in attesa ad osservare la provocazione dell’incurante Judith beatamente distesa in costume da bagno. Altrettanto bizzarra è la sequenza di mamma Huppert che lancia le merendine ai figli disposti sull’opposto del ciglio della strada con la buffa conseguenza di pacchetti di plastica investiti dalle auto in corsa e la conseguente frustrazione dei piccoli destinatari. L’atteggiamento del padre Michel è più sornione, il suo industriarsi di fronte alle situazioni è inquietante quanto provocatorio, mentre la sua piccola Marion passa le sue giornate contando le targhe di passaggio sull’autostrada e la placida Judith un bel giorno scompare senza lasciare traccia. E’ allora che il rombo del traffico adiacente si fa qualcosa di più che un sottofondo foriero di nevrosi, divenendo l’eco assordante di un cul de sac esistenziale. La vasca da bagno diviene il crogiolo del conseguente sprofondamento nella tiepida follia di una quotidianità lacerata: Michel vi dorme con la maschera subacquea sotto il pelo dell’acqua mentre i due piccoli figli vi giocano fino a farsi male (il sangue di uno di loro che sbatte il naso sul bordo rivela la sostanza simbolica di questa sorta di rituale foriero di alienazione irredimibile). Se Marion paga con sintomi psicosomatici (fino al soffocamento) questa vertigine allucinatoria, Marthe cerca di sconfiggere con il sonno le sue nevrosi. L’abitazione si trasforma presto da trincea a bunker, mentre l’incipiente sporcizia rivela un progressivo stato di abbandono anche mentale, un autodafé della coscienza e della responsabilità, rotto dallo sconsiderato (ma forse necessario) gesto della Huppert che brandendo un martello, alla maniera dell’ascia di Jack Nicholson in Shining, apre un varco nella porta di casa ormai murata.

La regia della Meier compie il suo miracolo di sintesi, riuscendo a far stagliare caratteri e psicologie dei personaggi all’interno del fluido divenire della micro–storia, con un’immobilità iconica alla Tsai Ming-Liang contrapposta ad un dinamismo narrativo molto "thriller". Personaggi come quello dell’inquieto Julien o dell’implosivo Michel, modellato da Olivier Gourmet con rilevante abilità straniata (che lascia trasparire la mostruosa solidarietà, da orco delle fiabe, nei confronti della nevrosi della moglie) assumono un peso epico. Epica del quotidiano che un film come Home lascia ben levitare con i suoi toni da favola nera alla Polanski, con il suo humour alla Tati ed i suoi accenti apocalittici e metatestuali alla Haneke. Coadiuvata dalla fotografia iperrealista di Agnès Godard (collaboratrice prediletta da Claire Denis, una delle cineaste più influenti del panorama contemporaneo) e dal magnifico lavoro sulla sonorità incombente del rumore quotidiano, la Meier ci restituisce un acuminato teorema sui disastri della contemporaneità che ha lo stesso spessore di certi esemplari del lontano cinema indipendente degli anni ’70 (la memoria va a quel capolavoro ormai introvabile che è Piccoli Omicidi di Alan Arkin, ioneschiano affondo sulle perversità criminali della gente comune). A connotare la qualità di questa riuscita operazione è la presenza, potentemente emblematica, di Isabelle Huppert, suprema interprete del disagio moderno, capace di farlo affiorare impalpabilmente, attraverso sintomi quasi invisibili tutti giocati con microespressioni assai incisive e rivelatorie di un’asciutta ambiguità in bilico tra femminile e maschile, annuncio di esplosioni emotive e fisiche sempre incombenti ma mai manifeste. Questa "merlettaia" della recitazione, questa interprete sincera e necessaria del cinema del nostro tempo contribuisce non poco a fare di Home uno dei migliori film dell’anno.

© 2009 reVision, Francesco Puma