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Il Principe di Homburg

1h 30'



Il principe di Homburg, la splendida opera in versi di Heinrich Von Kleist diventa film per mano di uno degli autori più controversi del cinema italiano, Marco Bellocchio. Perché scegliere un film su un eroe romantico, che si sacrifica per il suo sogno di gloria, che muore ingiustamente, ma sceglie liberamente di accettare la morte per affermare il suo coraggio, dopo che gli è stata concessa la grazia, revocata la sua condanna a morte subita per avere disobbedito alla disciplina militare, malgrado la sua scelta, emotiva, sentimentale, abbia determinato la vittoria del suo esercito? Homburg rappresenta l'affermazione estrema di quell'io che nella letteratura romantica ebbe la sua massima espressione, un io individuale e collettivo per preservare il quale l'eroe arriva al suo sacrificio estremo, rinunciando al suo corpo per salvare lo spirito, la sua integrità, la sua eticità. Homburg incarna l'antico conflitto classico e romantico tra Ragione e Sentimento, tra Dovere e Libertà individuale per arrivare ad una sublimazione che coincide con l'imperativo categorico, quella libera scelta individuale profondamente etica, personale e universale insieme, quando il proprio io è solo una rappresentazione in piccolo dell'io cosmico. Tutto ciò risulta estremamente lontano dai nostri giorni eppure così attuale. Lontano perché il sacrificio dell'eroe romantico che accetta la morte per avere disobbedito a un ordine è lontano dalla nostra mentalità libertaria, attuale perché oramai c'è una tale carenza di moralità, di eticità, un tale scollamento tra quelle che possono essere le esigenze individuali e quelle collettive, che si sente veramente il bisogno di inventare di nuovo una morale e nostalgia per gli antichi gesti eroici.

Ed è così che Bellocchio, sempre alla ricerca di una morale che non sia quella scontata e a cui tutti sono assuefatti, ma provocatorio e proiettato in una dimensione più alta di quella dimensione etica che in psicanalisi si chiama super-io, una dimensione che approda all'inconscio e muove dall'inconscio, ci mette nuovamente di fronte ad un conflitto in cui la risposta non è necessariamente una, né necessariamente quella più facile, più immediata, ma forse quella più trascurabile, meno visibile. E così come ne La Condanna ci aveva presentato un caso da trattare in tribunale, ecco qui il principe condannato dall'Elettore, che rappresenta tutta la verità e tutta la giustizia, ma il cui esito finale non è mai definito. Ed è così che Bellocchio sceglie un personaggio schivo, impulsivo, innamorato della vita, giovanissimo, e segue la sua rapidissima trasformazione in un individuo adulto, che vuole prendersi fino in fondo le sue responsabilità, ponderato, pronto ad affrontare la morte in una maniera razionale e annunciata, che non sia la gloriosa e immediata morte sul campo di battaglia. E tutto questo travaglio viene vissuto e rappresentato nell'intimità del principe, nella sua solitudine: in un'epoca come la nostra in cui tutto viene reso pubblico, mostrato, attraverso i media, contraffatto per un'immagine pubblica adeguata alle richieste del pubblico, Bellocchio ha sentito il desiderio di mostrare qualcosa di privato, di intimo, di inconscio anche. E l'interpretazione che il regista fa dell'inconscio di Homburg è ancora meno visibile: egli sostiene che Homburg fosse sostanzialmente animato da un desiderio inconscio di autodistruzione, nel suo febbricitante sogno di gloria. Homburg ha dato la possibilità al regista di guardare oltre la realtà visibile, dietro l'immagine manifesta e mantiene infatti, accentuandolo, lo stato tra sonno e veglia in cui Kleist fa muovere Homburg. Accentuandolo al punto di ottenere un finale onirico, in cui Homburg si salva, viene acclamato da tutta la corte e incoronato per la sua scelta eroica. Happy end in cui l'eroe viene graziato o trionfo intimo dell'eroe che nel suo estremo sacrificio si riconosce vincente su tutti gli altri nel momento in cui viene riconosciuto il suo momemto di gloria? Forse non ha importanza se Homburg vive o muore alla fine del film, perché non cambia la sostanza del messaggio, che è quella di scavare in un personaggio, fino ad arrivare al suo inconscio, fino a svelare la causa ultima del suo comportamento, e sottolineare che questra nostra epoca, come dichiara il regista stesso, ha bisogno di eroi, ma non di eroi perdenti.

La fine di Homburg è quella che richiede il contesto storico in cui si determina, l'eroe romantico che alla fine soccombe e che, dice Bellocchio, "si arrende alla legge ragionevole e violenta del padre". Ma quello che spicca del personaggio di Homburg è la sua sensibilità estrema, rara, che deve fare i conti con la realtà, così come accade in tutte le epoche, in cui l'artista, il sentimentale, l'emotivo deve combattere contro il cinismo del potere dominante e della massificazione che esso richiede, uccidendo l'individualità non a favore del collettivo, ma di pochi privilegiati. Tutto questo assunto è molto bello e molto interessante, ma come spesso accade le buone intenzioni sopravanzano il risultato finale, che è poco emozionante e piuttosto freddo, forse di un freddo intellettualismo, che però stona col testo. Malgrado la scenografia e la fotografia creino un ambiente suggestivo, tutto rimane fermo nella sua perfezione senza smuovere nulla di essenziale nel nostro animo, né nel nostro intelletto. La rappresentazione del dramma rimane stilizzata e tutto quello che è il travaglio interno del principe ci appare un capriccio infantile e non ci dà affatto la sensazione che ne vada della propria vita, ma non perchè si respiri la spiritualità che va al di là del semplice involucro esterno destinato a marcire, ma come se tutto fosse un gioco, una rappresentazione, un film a lieto fine. La recitazione, poi è ancora più stilizzata. Quello che dovrebbe essere un eroe romantico (Andrea Di Stefano, che forse non è riuscito a intendersi con il regista e che speriamo non venga incensato e lanciato così inesperto sul campo della cinematografia, sorretto da una gloria subitanea, come è successo ad altri attori italiani poi schiacciati dalla loro stessa, improvvisa notorietà), è vestito come tale, suda, si affanna e trema, ma parla come se avesse una patata in bocca e alla sua bellezza naturale non aggiunge nessuna espressività. La ragazza è poi un'attrice slava, Barbara Bobulova, molto carina, piuttosto brava, ma la cui pronuncia stona in questa rappresentazione che dovrebbe essere tragica. Intenso e cupo Toni Bertorelli, l'elettore.

© 1997 reVision, Raffaella Mastroiacovo



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