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Holy Smoke1h 54'
Regia: Jane Campion L'intuizione di partenza di Holy Smoke è in sé geniale: raccontare la falsità di ogni misticismo attraverso la derisione (a volte feroce) di due sacre icone del cinema contemporaneo. Kate Winslet, l'iper-sentimentale sopravvissuta dal Titanic, innamorata anche oltre la morte, diviene così una sprovveduta turista plagiata non da Leonardo Di Caprio ma da un dozzinale santone indiano: un'illuminata imbevuta di massime new-age, che però da un giorno all'altro si converte in disperata ninfomane. L'Harvey Keitel Giuda, iena e cattivo tenente di Scorsese, Tarantino e Ferrara, si riduce qui ad un vecchio che si tinge i capelli, simula ruvida indifferenza e cinica dialettica da ultimo cowboy, ma poi perde la testa per una ragazzotta avvolta in un velo bianco, e finisce col tremare di fronte alla ramanzina di una moglie (la Pam Grier di Jackie Brown) mezzo metro più alta di lui. Il mito della religione e il mito del divismo cinematografico diventano dunque in questo film quasi la stessa cosa, un baraccone coloratissimo e luccicante da smascherare.
Spinta su questo percorso di arguta iconoclastia, Jane Campion si diverte ad abbinare musica pop (Neil Diamond e Alanis Morisette) e cromatismi infuocati da cinema popolare indiano; ma soprattutto si ingegna a creare momenti "acidi", dichiaratamente grotteschi, come quello in cui la Winslet, libri legati ai piedi a mo' di scarpe e bottiglie d'acqua appese a tracolla con delle corde, è braccata da Keitel con indosso un vestito rosso da donna, un piede in uno stivale e l'altro nudo: una impietosa auto-parodia dell'analogo inseguimento nel fango della foresta tra Sam Neill e Holly Hunter in Lezioni Di Piano. A ciò va ad aggiungersi il tono da satira sociale che maltratta dall'inizio alla fine l'intera famiglia della protagonista: un sarcasmo quasi rassegnato sull'allegra idiozia dell'opulento occidente che ricorda soprattutto Lynch (non per niente Angelo Badalamenti è autore delle musiche), ma anche John Waters, i Coen di Fargo, o quel vagabondaggio strano e bellissimo che è True Stories di David Byrne.Si dovrebbe a questo punto parlare dei difetti di sceneggiatura di Holy Smoke, di certa mancanza di equilibrio tra dialoghi pensosi e caratteri al limite del farsesco. Ma tutto questo è nulla di fronte a Kate Winslet che corre, che canta una canzone a sguarciagola, che brucia i suoi vestiti, che sposta dei sassi nel deserto australiano, che si guarda una scritta sulla fronte allo specchio… È nulla di fronte ad un evento raro che vediamo ripetersi dai tempi di Sweetie e di Un Angelo Alla Mia Tavola: Jane Campion si innamora dei corpi delle sue attrici. © 2000 reVision, Dante Albanesi |
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