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A Morte Hollywood!

Cecil B. Demented - 1h 24'

Regia: John Waters



Se qualcuno vomita vedendo un mio film, per me vale come un'ovazione
John Waters


C'era una volta il cinema di exploitation, aveva i suoi circuiti, il suo pubblico ed era lontano anni luce dal cinema di serie A. John Waters non appartiene più a quel mondo sotterraneo e vitale ormai da oltre un decennio, ciò che propone con i suoi film è stato ampiamente digerito dalle major hollywoodiane, lo scandalo di Mondo Trasho (1969) e di Pink Flamingos (1972), solo per citare due suoi film cult, da un lato non è più tale, dall'altro, e forse è la valutazione più corretta, non appartiene più alla vena provocatoria di Waters.
Guardando Cecil B. Demented, titolo che gioca sul nome di uno dei padri del cinema statunitense e che qualche italiano poco fantasioso ha intitolato A Morte Hollywood!, ci si rassegna all'evidenza: Waters è sempre Waters, ma nettamente arreso a quell'Hollywood che i protagonisti del film vogliono affossare. Waters è Waters perché il suo passato viaggia ancora tra i frame del film come un virus difficile da debellare. Waters non è più Waters se pensiamo a quanti dollari è costato Cecil B. Demented, certo mai come Serial Mom (La Signora Ammazzatutti, 1994), contrariamente al tormentone "no budget" del film, denaro visibile in ogni scena e certamente anche nel cachet della Griffith, se da Hairspray (Grasso È Bello, 1988) il suo ingresso al cinema commerciale lo ha rapito alla gloria del reale no budget, quando girare un film significava (e in alcuni casi significa ancora) anche riciclare scene di pellicole proprie e altrui, quando non importava a nessuno, e tanto meno agli spettatori, se vi erano errori di edizione, se gli effetti speciali poi non erano tali, se la storia non esisteva. Ma tant'è. Il film.

Un gruppo di cinemaniaci, capeggiati da Sainclair Stevens, alias Cecil B. Demented, decide di attaccare il cuore della grande produzione hollywoodiana. Rapiscono la "mielosa" star del momento, Honey Whitlock, per girare un film di exploitation, ossia la loro reale vicenda di terroristi ricercati dalla polizia, inserendo qua e là uno stralcio di storia. Armati, di pistole e di camera, eseguono una serie di raid: nei cinema, in un meeting hollywoodiano, infine in un drive in. Qui si conclude tragicamente l'avventura di Cecil & co. La nuova adepta Honey - Griffith, ormai star di un cinema che è tutt'altro che melenso e scontato, marcata a fuoco dal logo del gruppo di "dementi", si lascia plasmare ancora una volta dal folle e morente Cecil: l'ultima scena del film nel film vede Honey bruciarsi i capelli, un finale che manda in delirio la folla di nuovi fan.

La morte di Cecil è la capitolazione del regista? Chi si aspettava da lui un ritorno alle vecchie abitudini ha forse ricevuto da Waters un segno irrevocabile? O più semplicemente il regista ha voluto raccontarsi? Chissà, certo quella morte nel drive in, con tanto di sesso sul tetto, lascerebbe poco all'interpretazione, considerando che la location non è casuale (i drive in erano il tempio del cinema di exploitation). Il bagaglio tematico rimane intatto: violenza, sesso etero e omosessuale, ma sgonfiato dello shock tipico delle performance dei vecchi provocatori, Divine in testa. Così come l'antico amore per il cinema underground, omaggio reso esplicito nella scena del cineclub ricostruita in interni. Ma ecco che per una Honey, simbolo di Hollywood, che accetta di farsi plasmare dai folli del cinema, dando la migliore interpretazione della sua carriera, mille Hollywood sono ancora lì a degustare con piacere il piatto ricco dello sporco, immorale, demenziale universo creativo della exploitation. A chi fa ancora paura il lupo cattivo?
Dicevo, muore l'illusione che Waters torni indietro (alfine, perché dovrebbe?), ma cresce forse la possibilità auspicata tempo fa da Alberto Farina in "Sparate sul regista!" (Il Castoro): " (...) non è da escludersi che - dopo qualche aggiustamento - il suo vero cinema di mainstream debba ancora arrivare". Detto ciò, gli appassionati tacciano, infilino un homevideo nel videoregistratore, scavino nelle videoteche più sfigate, si procaccino il visibile dove possono e vadano pure a vedere questo film, perché Waters è infine sempre il geniale Waters.

© 2001 reVision, Emanuela Liverani





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