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The Hole

1h 35'



Tsai Ming Liang in grandissima forma. Più immediato che nell'ultimo The River (Orso d'argento a Berlino), meno prolisso di Vive L'Amour (Leone d'oro a Venezia), con Il Buco dimostra una splendida maturità, una capacità compositiva che pochi cineasti contemporanei possiedono. Accusato soprattutto di esibire sterili esercizi di stili, appesantiti da una lunghezza-lentezza insostenibili anche per lo spettatore più paziente, in realtà il regista taiwanese si limita a filmare la condizione dell'umanità alla fine di questo secolo. The Hole è ambientato in uno scenario futuribile, molto vicino. Siamo, infatti, nell'anno 1999 a poche settimane dal 2000. La popolazione di Taiwan, ma potrebbe essere quella di qualsiasi metropoli orientale, è colpita da una misteriosa epidemia (sembra il prologo di Mimic). Un virus letale è trasmesso dagli insetti, gli scarafaggi che colonizzano a milioni ogni angolo del nostro pianeta, che prediligono ormai una sempre più stretta convivenza con l'uomo. I malati accusano dei sintomi orribili. Sembra che, proprio come scarafaggi, evitino la luce, si riparino nei pertugi più bui e umidi.
Un uomo e una donna vivono in appartamenti di un palazzo fatiscente, che sembra un colabrodo, quasi sul punto di cedere alla continua pioggia torrenziale. Lui e lei sono separati da pareti, mura che scricchiolano per ogni minimo movimento. Un buco si apre sul pavimento, adesso il giovane può vedere la donna che abita al piano inferiore. Ma questa "apertura" non instaura subito la comunicazione tra i due esseri umani. All'inizio è vissuto con inquietudine. Perché attraverso il buco passano liquidi (anche vomito e acqua minerale) e altri scarafaggi.

Il carattere ipnotico delle sequenze di The Hole rapisce la nostra attenzione. Ci fa seguire con trepidazione il gesto più semplice, ogni movimento dei corpi, seguiti quasi ossessivamente, spiati nella più piccola quotidianità, mentre dormono, durante i pasti, quando vanno al bagno. L'organismo si esprime così attraverso i suoi bisogni fisiologici. Mancano, infatti, i dialoghi, le parole sono pressoché assenti e gli unici suoni che spezzano la desolazione silenziosa dell'edificio sono quelli della radio o della televisione, che trasmettono drammatici bollettini sull'epidemia. In questa prospettiva da diluvio universale, da apocalisse di fine millennio, un uomo e una donna si ritrovano soli eppure con la possibilità di avvicinarsi l'uno all'altra, di solidarizzare, forse per superare una realtà sempre più opprimente.

L'ossessione per l'acqua è un elemento fondamentale per avvicinarsi al cinema di Tsai Ming Liang, la degradazione dei personaggi e degli ambienti sicuramente un altro carattere della sua filmografia. Ma anche in quest'opera, come soprattutto nel precedente The River, c'è una guizzante carica ironica, confinata in alcuni momenti precisi, che hanno un effetto stridente con l'atmosfera predominante del film. Sono dei flashback, dei numeri di balletto e canto, un fil rouge musicale che si dipana dall'inizio alla fine negli stessi ambienti degradati, con rinnovata allegria e spensieratezza. Aggiunti a film finito (ma tutto il film è il risultato di un cortometraggio gonfiato a lungometraggio) sono interpretati dagli stessi attori protagonisti: l'attore feticcio di Tsai Ming Liang, Lee Kang-sheng e Yang Kuei-mei. La voce nelle canzoni è quella della star degli anni '50 Grace Chang.

© 1998 reVision, Andrea Caramanna