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Himalaya - L'Infanzia Di Un Capo

Himalaya - L’Enfance D’Un Chef - 1h 44'

Regia: Eric Valli



Uno sperduto villaggio del Dolpo, arida regione dell’Himalaya a quattromila metri di altitudine. Ogni anno, da secoli, una carovana di uomini e di yak stracarichi di sale intraprende un incredibile viaggio attraverso le montagne, per scambiare la propria unica merce con il grano delle valli del Nepal. Gli astrologi del villaggio annunciano la data propizia per la partenza; ma il giovane Karma, incredulo e ribelle, organizza una carovana indipendente e parte con quattro giorni di anticipo. Tinlè, anziano e carismatico capo villaggio, non sopporta questo ennesimo affronto: da tempo è accecato dall’odio verso Karma, poiché lo ritiene responsabile della morte del suo primogenito. Deciso a dare una lezione di vita al giovane, attende paziente il giorno prestabilito e, scegliendo una scorciatoia al limite del suicidio, riesce a raggiungerlo.

Nutrendosi sapientemente dell’epica western e soprattutto di un classico come Il Fiume Rosso di Hawks (lo scontro Tinlè/Karma è infatti un’eco diretta di quello tra John Wayne e Montgomery Clift), Himalaya regala momenti difficili da dimenticare. Quadretti intimi come quello in cui la vecchia moglie di Tinlè rivede dopo tantissimi anni suo figlio Norbu: un monaco, un uomo completamente estraneo ai problemi del villaggio, quasi una creatura di un altro pianeta; i due si avvicinano e, senza dirsi una parola, accostano le loro fronti in segno di saluto. Oppure momenti di umorismo eroico, come il passaggio della carovana lungo uno spericolato viottolo in bilico sullo strapiombo. Un tratto del percorso è franato e uno dei vecchi tenta di aggiustarlo alla meglio. "Pensi che reggerà?", domanda Tinlè. "Cosa vuoi che ne sappia!", risponde l’altro. Ed entrambi scoppiano a ridere, sommessamente. Riso che è insieme rassegnazione e coraggio, accettazione del destino e energia indomabile.

Troppe immagini di Himalaya sono una violenza contro la nostra assuefazione da cinema in scatola: il cadavere del figlio di Tinlè squartato ritualmente e gettato in pasto agli avvoltoi; i grani di sale, luminosi diamanti sempre sul punto di esplodere fuori dai sacchi in cui sono disperatamente racchiusi; l’enorme yak che precipita fragorosamente nel lago; la tenda dove i viaggiatori dormono ammassati uno sull’altro, e dove c’è spazio anche per l’amore; lo sguardo via via più maturo di Passang, nipote di Tinlè e futuro capo, nel suo forzato tirocinio al freddo, alla sofferenza, alla crudeltà della natura; la benedizione in punto di morte di Tinlè a Karma: "Un vero capo inizia sempre disubbidendo". Himalaya si avvicina forse ad una delle più trascurate "essenze" del cinema, l’unica veramente compresa dai Lumiere: mostrare uomini e paesaggi lontani dai nostri occhi.

Vissuto per anni a Dolpo, il documentarista e fotografo francese Eric Valli (autore tra l’altro di Cacciatori Nelle Tenebre), si discosta sia da certa (seppur sublime) oleografia bertolucciana, sia da maldestre brutture girate male e recitate peggio come La Coppa. Dalle sue scelte traspare la partecipazione e mai il pietismo; l’ammirazione e mai il terzomondismo. Al massimo, l’unico appunto che si potrebbe fare appartiene all’area della "moralità dello stile". Valli tiene a fare un prodotto internazionale, curato nei minimi dettagli, girato splendidamente, interpretato in modo formidabile... Ma forse per un tema simile sarebbe stata preferibile una scrittura più ruvida, un reportage crudo che fosse quasi l’equivalente filmico dello scorbutico Tinlè (magari eliminando del tutto quella colonna sonora che, per quanto suggestiva, ricorda a volte gli esotismi a buon mercato di un Roland Joffè). Sarebbe stato bello, insomma, se all’innegabile competenza antropologico-narrativa di Valli si fosse aggiunta un po’ della follia anarchica di uno come Herzog. Ma anche così ci troviamo comunque di fronte a vette invalicabili.

© 2000 reVision, Dante Albanesi



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