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Figli / Hijos1h 40'
Regia: Marco Bechis"Io amo i miei genitori, ma li amo idealmente, simbolicamente. Credo che mi siano molto vicini, sento che da lontano mi seguono, mi accompagnano. Ma il fatto
di non averli conosciuti fisicamente, di non averli toccati, limita questo mio affetto per loro." Oggi l'Argentina versa nel più grande tracollo economico della sua storia, una situazione ereditata da decenni di mancato sfruttamento delle
proprie ricchezze, o per meglio dire dall'inacessibilità alle proprie ricchezze da parte degli argentini.
L'Argentina di oggi, quella dei cancelorazos (i cortei caratterizzati dal rumore di pentole e simili), ha ereditato lo sfacelo da chi impose quell'immorale progetto politico,
oltre che economico, nella metà degli anni '70 con la dittatura militare. La polizia che oggi carica i manifestanti è quella di allora, come afferma Bechis, è quella in senso
"ideologico" - ora pratica scariche elettriche con un più agevole oggetto a pila -, poiché nessuna epurazione è stata attuata, nessuno di coloro che un tempo seviziavano
ragazzi ventenni ha abbandonato posti di potere, o soltanto la "tranquilla" vita di un tempo. Il loro circolare indisturbati, tra le madri, i figli, i fratelli, i padri,
le sorelle di quei desaparesidos che sono stati uccisi in tutti i modi che possiamo immaginare, o che sino allora potevamo attribuire solo alla furia nazista, è un'ulteriore
tortura; loro vivono gomito a gomito con chi è riuscito a scampare al massacro, probabilmente continuando a crescere i figli delle loro vittime.
Hijos è la testimonianza viva e in gran parte ancora inconsapevole di quegli anni, è un termine che identifica i figli della morte, è un film. Naturale compimento dell'agghiacciante viaggio intrapreso da Bechis con Garage Olimpo, Figli, appunto hijos in spagnolo, è l'introspezione della tragedia. Ciò che nel precedente era narrazione del visibile, della Storia nel suo farsi, questo ne è il suo corrispettivo invisibile; alle torture del primo fa da specchio l'inesprimibile dolore del secondo. Javier (Carlos Echevarria, già in Garage Olimpo) ha ventiquattro anni, vive vicino Milano con la sua benestante famiglia, ha una ragazza italiana con cui svolge uno sport pericoloso: paracadutismo acrobatico. Il padre Raul (Enrique Piñeyro) è un ex pilota, la madre Victoria (Stefania Sandrelli) è una donna annoiata e premurosa. Da qualche tempo c'è una ragazza argentina, Rosa (Jùlia Sarano), che gli invia delle e-mail in cui afferma di essere sua sorella, e un giorno Rosa arriva a Milano. Inizia una storia che è quella di altre centinaia di giovani argentini. Rosa regala a Javier le foto dei reali genitori, gli racconta di aver saputo tutto dall'ostetrica che ha assistito la madre al parto assicurandola di salvare almeno uno dei due gemelli, sostiene che Raul e Victoria lo hanno sottratto illegalmente dall'ospedale quello stesso giorno e che Raul pilotava uno degli aerei che sorvolavano l'oceano a bassa quota per gettarvi i corpi, vivi o morti, dei giovani senza nome come i loro genitori. Raul e Victoria sanno. La donna che lo accarezza e lo chiama amore mio, sa. L'uomo che s'interessa del suo sport, inorgoglito più che spaventato dal fatto che lui apra il paracadute all'ultimo momento, sa. In Figli non ci sono numeri, nessun cartello che ripercorra la Storia, nessuna intenzione di guidare lo spettatore con una sorta di manuale per le istruzioni. Qui sono
i silenzi a parlare, gli sguardi, i gesti a comunicare un'angoscia profonda, e la vicenda ambientata in Italia ricorda che questi figli sono ovunque, che quella Storia ci è vicina
più di quanto possiamo credere.
Le immagini ci dicono molto. Aperto con una donna che partorisce, il film s'unisce col presente tramite un sorvolo a bassa quota sul mare seguito da alcuni ragazzi che si preparano
per una caduta libera. Il presente ritrova gli stessi "luoghi" affinché una semplice associazione d'idee faccia riemergere il passato. Così come quando Raul, dopo che Javier chiede
ai suoi "genitori" se è figlio loro, lo trascina in bagno, con quelle piastrelle che richiamano le stanze della tortura, con violenza - come accadde a suo padre e sua madre, alla
stessa età -, schiaffeggiandolo per avere dato un dolore a sua madre. Immagini come quella dei due fratelli nudi sul letto a cercare sulla pelle i segni della loro identità, le
stesse pieghe, gli stessi nei. Poco importa se alfine Rosa e Javier non sono fratelli, come conferma l'analisi del DNA. Javier ora sa che non è Javier. Dopo essere fuggito con Rosa in Spagna, Javier torna a Milano, nell'unico luogo che riconosce come casa. Torna a pescare con Raul per ascoltare un uomo per nulla pentito - "certe volte nella vita si fanno cose che possono sembrare sbagliate, però poi col tempo si capisce che c'era un proposito... e anche giusto. Io lo so che per te è difficile, però lo è stato anche per noi.." -, torna per essere di nuovo vezzeggiato da Victoria, una "peccatrice" come la definisce la Sandrelli. Il ragazzo si allontana di nuovo per rifugiarsi sull'aereo da dove tante volte si è lasciato cadere senza sospettarne significati di opposto segno, si getta con la volontà di ripercorrere una caduta non libera ma di morte, di chi libero non fu. Figli si chiude con una sensazione profonda, quella di non capire, narrativamente parlando, se Javier si uccide, se quello che noi vediamo a Buenos Aires in corteo con Rosa e altri hijos sia Javier o ciò che ha personificato. Si chiude con tanti, tantissimi, troppi ventenni, con un cancelorazo che stavolta va a stanare gli aguzzini, per fare in modo che tutti sappiano chi siano e li maledicano, li isolino. La morte per loro non sarebbe abbastanza. Infine, poco o nulla importa evidenziare i vuoti lasciati dalla recitazione a volte non riuscita dei due giovani protagonisti, un'interpretazione che lascia i personaggi di Raul e Victoria privi di sfumature psicologiche - dovuta a quello che Bechis chiama "atteggiamento morale", preoccupato delle vittime e non dei criminali -, il film è molto di più, è il suo svolgersi entro un percorso devastante che ci lascia dubitare anche di noi stessi e della nostra identità, bello nelle sue assenze, duro nel renderci partecipi della tragedia. Un film che riesce in quest'operazione impossibile ai più, è un film compiuto. © 2002 reVision, Emanuela Liverani |
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