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Hidalgo - Oceano di Fuoco

2h 15'

Regia: Joe Johnston



Un uomo e il suo cavallo, insieme per vincere dalle praterie dell’America selvaggia alle sabbie roventi del deserto del Sahara. Frank Hopkins è l’americano medio che cerca di affrancarsi dal senso di colpa che aleggia su più di un secolo di storia del Nuovo Mondo; Hidalgo è il suo cavallo, un mezzosangue mustang forte e indomito, nato e cresciuto nelle sconfinate terre dei pellerossa e l’Oceano di fuoco è la prestigiosa corsa che si snoda per tremila miglia dall’altro capo del mondo, aperta solo ad una selezionata elite di destrieri. Questi tre elementi, un eroe, il suo amico a quattro zampe e la sfida ai confini delle umane possibilità, miscelati con sapienza e coraggio, avrebbero potuto segnare il successo di un western contaminato di venature esotiche, un esperimento originale e di sostanza, ma la poca fiducia in una scommessa, sulla carta, ardita ma non impossibile, non ha consentito di vincere la diffidenza verso il kitch, vero imperativo di una stagione cinematografica che ha visto il trionfo di colossal appesi fra il gotico ed il fantasy.
Del respiro epico e grandioso che dovrebbe pervadere il racconto di un’avventura d’altri tempi fatta di onore, coraggio, sofferenza e passione, infatti, nulla si percepisce vedendo scorrere le immagini del film di Joe Johnston, che si limita ad una dignitosa dimensione da fumetto, puntando sull’effetto visivo piuttosto che sull’approfondimento di moventi e ambizioni dei personaggi o sul conflitto interiore e razziale ed il rimorso, vero motore delle decisioni del protagonista.
Secondo i credits della pellicola, lo sceneggiatore, John Fusco, grande appassionato e conoscitore della storia del west, quella fatta dai pionieri e dagli indiani, avrebbe impiegato più di dieci anni per recuperare il materiale che documentasse la leggenda della corsa "Oceano di fuoco" ma il risultato è solo lo spettacolo deludente di location paradisiache e cliché che si susseguono a ripetizione.

Frank Hopkins (Viggo Mortensen), dopo aver vinto con il suo fedele mustang tutte le corse nelle praterie di frontiera, finisce a lavorare nel circo di Buffalo Bill. Alcolizzato, frustrato, soffocato dall’orrore di aver consegnato proprio lui, un mezzosangue, il dispaccio che autorizzava le truppe blu ad uno dei più esecrabili massacri perpetrati contro i nativi americani, è ormai un uomo distrutto. L’invito, da parte dell’emissario di un principe arabo, a partecipare ad una gara di antichissima tradizione nel deserto del Sahara è l’occasione che serve ad Hopkins per ricominciare mettendosi alla prova al di là del fallimento e scontrarsi con i migliori cavallerizzi di tutta l’Arabia.

Il rispetto del cow boy per le diverse culture, insieme al legame profondo e simbiotico con Hidalgo, sono le poche cose da ricordare di un film che è solo un ingenuo racconto avventuroso che non possiede altra ambizione che quella di fare spettacolo. Del resto non è priva di conseguenze la circostanza che il regista sia proprio il tecnico premio Oscar degli effetti visivi de I Predatori Dell’Arca Perduta e il fatto che i migliori momenti della pellicola siano quelli in cui il divertimento si accorda con la perizia nel rendere avvincenti le scene d’azione: dalla tempesta di sabbia alla pioggia di cavallette.
Eccessivi e compiaciuti i numerosi luoghi comuni che appesantiscono il ritmo: già vista l’aristocratica donna inglese che gareggia scorrettamente per sentirsi all’altezza di una competizione riservata, per tradizione, ai soli uomini; poco credibile la giovane principessa araba, moderna e volitiva, che travalica senza timore né punizione tutte le leggi più rigide e severe dell’Islam per aiutare lo straniero che la può salvare da un matrimonio combinato; ai limiti del ridicolo (e salvato in extremis per l’interpretazione di Omar Sharif) il personaggio del vecchio sceicco, all’apparenza burbero, capace di sciogliersi nell’innocenza della fanciullezza al solo sentir narrare le avventure di Buffalo Bill.
E’ vero che Hidalgo non è unicamente l’avventura di un cavallo e del suo padrone bensì la più ampia parabola di un popolo che ha bisogno di dimostrare di avere una storia propria, ma trovarsi di fronte ai moventi di un americano illuminato e senza pregiudizi, promotore di un primitivo scambio culturale con la nazione araba, avrebbe potuto suscitare ben altre emozioni, mentre il buon artigiano Joe Johnston si perde proprio nei momenti di massimo pathos.
Oltre Mortensen, apprezzabile nel suo impegno parossistico per entrare nel nuovo personaggio e scrollarsi di dosso l’ombra ingombrante di Aragorn, eroe della trilogia de Il Signore Degli Anelli, impossibile non rendere omaggio a Omar Sharif, attore che ha sfilato con talento e classe nella storia del cinema mondiale degli ultimi quarant'anni, anche qui capace di regalare i migliori momenti recitativi della pellicola, nonostante i poveri strumenti che soggetto e sceneggiatura riescono a mettergli a disposizione.

© 2004 reVision, Elisa Schianchi