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Il Colpo

Heist - 1h 51'

Regia: David Mamet



La caratteristica più singolare de Il Colpo e della scrittura maniacale di David Mamet è quella di costruire una rappresentazione fantastica, o almeno un luogo puramente mentale o metafisico. Gli snodi narrativi sono apatici, vale a dire privi di quei sentimenti in cui sia possibile scorgere un meccanismo di causa-effetto. Questo significa che le scene si succedono con assoluta libertà e incessante ambiguità di fondo. È come se Mamet ponesse il lettore/spettatore in una condizione di attesa perpetua, nondimeno di tensione almeno a livello di interpretazione o di semplice comprensione di quello che accade in scena. I personaggi così appaiono al contempo sicuri ed enigmatici, capaci di improvvisi voltafaccia, esperti in repentini impulsi di tradimento o fedeltà verso l'immagine prevalente che avevano mostrato. Insomma ci si chiede sempre chi si ha di fronte. Joe è un ladro eccezionale, ma quali sono i suoi veri sentimenti? Gli interessa davvero solo l'oro, è davvero convinto che l'amore per il denaro fa muovere il mondo? Oppure è la sfida che lo eccita, la capacità di controllare se stesso e chiunque altro in ogni situazione? In questo senso le scene più interessanti sono proprio quelle in cui la banda, attraverso il sistema di messaggi impercettibili per gli altri, costruisce l'artificio. Quando i due ladri fronteggiano a viso aperto i poliziotti di pattuglia mettono in scena delle storie plausibili, riescono a controllare il più piccolo dettaglio, passano inosservati poi attraverso i posti di controllo più sorvegliati, progettano il colpo, ma hanno già in serbo un altro piano (vero e proprio subplot) di riserva che consente di cambiare tutte le carte in tavolo a loro vantaggio. E così i colpi di scena si succedono l'uno dopo l'altro senza sosta, dal principio alla fine.

L'aspetto più interessante di questa trama fitta è il suo effetto di sospensione e deriva, quasi una traccia misconosciuta di luoghi e personaggi. Lo sfondo è appena riconoscibile, anonimo, un mondo parallelo nel quale sembra che si muovano solo ladri e trafficanti, gangster che organizzano affari lucrosi ai danni di quell'altro mondo che sostanzialmente mai vediamo e conosciamo. È la stessa sensazione che abbiamo alla lettura del Diabolik di Giussani. Il mondo di Diabolik è un mondo a parte, con i suoi covi, i trucchi, la serie di arnesi e strumenti per preparare e compiere i piani, le maschere e infine l'azione che è prevista meticolosamente dal piano, e, allo stesso tempo, è più che mai forte la consapevolezza che qualsiasi imprevisto può presentarsi durante le rapine. Aspetto che è chiaramente sottolineato in un dialogo tra la banda e il giovane "novellino". Dall'altra parte ci sono le vittime che bisogna colpire, ingannare e i pericolosi avversari dai quali difendersi, quelli che, senza un filo di classe, badano al sodo e se tenti di fregarli ti fanno fuori. Quest'ultima caratteristica è espressa dal cinico boss interpretato perfettamente da Danny DeVito.
I film di Mamet sono film di genere ma solo nel senso che soggiacciono a una scrittura molto rigida, quasi inflessibile e sono opere che diventano immediatamente veri e propri classici. La nota dominante è il rompicapo, il filo di arianna che figura, anche nel più chiaro degli epiloghi, solo una traccia di spiegazione, perché forse sono l'oscuro intrigo, il doppio senso e la perversione i soli elementi che interessano a Mamet.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna