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Heimat 3 (episodi 4 - 5 - 6)

Stanno Tutti Bene - 2h 12'
Gli Eredi - 1h 45'
Congedo da Schabbach - 1h 51'

Regia: Edgar Reitz



Non è casuale il titolo ironico "Stanno tutti bene" che prelude il capovolgimento definitivo dell’Evento Storico, a molti anni dalla caduta del Muro di Berlino, la (non)riunificazione delle Germanie. Episodi iniziali che avevano rappresentato la Storia come intrigo tra dimensione individuale e collettiva. Ma a partire dal quarto capitolo Reitz descrive solo i "piccoli" fatti personali. Della famiglia, di altri personaggi che appaiono e diventano protagonisti. Una vera e propria regressione che passa per la malattia (di Clarissa), le morti disperate e improvvise, il suicidio, addirittura il cataclisma finale, il terremoto, il sollevamento della terra che inghiotte le opere d’arte. Il pessimismo cosmico che avvicina il popolo tedesco e non alle soglie del Terzo Millennio. Luogo immaginario che apre e chiude tutte le speranze possibili. E i dieci anni abbracciati dai sei episodi sembrano schiacciati dall’ombra di un Tempo inesorabile che sconvolge ogni ordine, lacera i corpi, conduce direttamente le esistenze verso la fine (per tutti). Nel sogno confuso di un inizio, così come la caduta del Muro, la celebrazione del 2000 appare molto più beffarda, a cominciare dal fatto che la festa è organizzata, ancora presso la dimora di Hermann e Clarissa, da un fantasmatico Gunnar, che da recluso è capace di vedere con lucida disperazione le cose del mondo. E tutti i personaggi degli anni precedenti si affollano curiosamente e in modo sfrontato, accennando a una mutazione, a cambiamenti soltanto immaginati, un futuro sommerso sempre dalla imprevedibilità continua dell’attimo successivo. Tanto che miseramente Hermann farà giurare a Clarissa di non ammalarsi di nuovo, ma ben sapendo entrambi il carattere irrisorio di questo giuramento. Il 2000 è così il fronte e lo spazio delle impossibilità, non il sogno concreto che si presentava dieci anni prima, quando il futuro di tutti i personaggi corrispondeva a un percorso ancora possibile, da affrontare con decisione, grinta, ma sicuri che celasse un benessere ancora quantificabile. Il terzo millennio così diventa il luogo non quantificabile delle proprie attese. Il congedo da Schabbach è avvenuto per recisione di tutti i legami familiari. Il futuro aveva un senso e una progettualità finché il passato era ancora vivo nelle persone in vita che figuravano direttamente i pezzi di Storia. Ma sono morti quasi tutti: Anton e poi Ernst e perfino il suo presunto erede, Matko, intorno al quale si accendevano gli ultimi bagliori dell’ipocrisia e dell’avidità prima di consumarsi davanti al gelido suicidio.

In questa atmosfera apocalittica, Reitz descrive i resti di un popolo, l’idea quasi terminale di un secolo che ha dato tanti spunti e speranze, ha nutrito innumerevoli slanci, pensiamo a quello musicale di Hermann, e può solo incorporarsi per magia nel corpo del vero erede, l’unico forse immaginabile e possibile; ovvero il nipote di Hermann, già al pianoforte e lanciato nella serie di note ancora pure, non contaminate da quella dura esperienza che ha sottratto tante energie, le ha esaurite nella famiglia Simon. La fine di un secolo coincide in modo totale con la fine di una famiglia o almeno la fine di una parte cospicua di essa. I resti sono visibili, sono tra la folla degli invitati, come Hartman che c’informa del suo allontanamento da Schabbach ed Hermann e Clarissa che corrono come dieci anni prima per isolarsi dal mondo, per essere di nuovo coppia, al di là della triviale confusione dei festeggiamenti. Reitz guarda con meno slancio, non utilizza più i mutamenti cromatici dal colore al bianco e nero. E in tutti i personaggi il sorriso è spesso assente o venato da una greve ombra di scoramento. Gli episodi conclusivi di Heimat 3 dopo un’osservazione stanca dei fatti, laddove le morti sembrano affastellarsi per il gioco crudele di un Tempo spietato, riescono nondimeno a guardare avanti nella Storia. Porte aperte solo da oscuri personaggi o dagli unici eredi possibili, ma con una speranza totalmente virata dal pessimismo.

© 2005 reVision, Andrea Caramanna