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Heimat 3 (episodi 1 - 2 - 3)
Il Popolo Più Felice della Terra - 1h 46' 
Campioni del Mondo - 1h 40' 
Arrivano i Russi - 2h 05'
Regia: Edgar Reitz
Se i primi minuti di Heimat 3 inneggiano a una
dimensione romantica, francamente fastidiosa in tutta quanta l’opera, la
continuazione pian piano sviluppa alcuni nodi concreti della Storia senza
alcuna traccia enfatica di grandi epopee familiari e di magiche terre natìe
come l’Hunsrück. La passione tra Hermann e Clarissa, che si ritrovano una notte
a Berlino e, guarda caso, proprio nel momento in cui iniziano i festeggiamenti
per la caduta del Muro alla fine del 1989, è un elemento ormai laterale
rispetto alla congerie di eventi che riguardano individui molto diversi tra
loro. La riunificazione tra Est ed Ovest si palesa come un’opportunità pertutti. E la nuova casa di Hermann e Clarissa si appropria di questa opportunità
radunando persone provenienti dalla ex Germania Orientale. Arrivano con tutta
la famiglia perché la paga offerta dai due musicisti è in grado di mantenere
interi nuclei familiari, almeno secondo il tenore di vita dell’ex DDR. L’innocenza,
l’ingenuità, la semplice felicità sembrano così prevalere, dal momento che
tutte le energie appaiono gratificate dalla realtà di un ideale raggiunto:
l’unificazione tra popoli, e quindi il benessere reciproco che questo incontro
non solo promette, ma sembra concretare da subito, già a partire dal
disfacimento festante del Muro. E d’altra parte la costruzione meticolosa dellacasa, che Reitz descrive in ogni più piccolo particolare, dallo stato delle
fondamenta, alle soffitte, fino alla curiosa, ma non meno inquietante presenza
di fantasmi, è il simbolo di una magnifica possibilità (di progresso) ad onta
dei capricci del Caso e della Storia. Ma questo processo ben presto si rivela
ingannevole, più che altro simbolico, mentre nella quotidianità l’individuo, di
fronte alle perversità della nuova economia globale, deve arrangiarsi come
sempre e far fronte ad ogni tipo di difficoltà, di conflitto.
Il popolo più felice della terra si riscopre a poco a poco
lo stesso di prima, ma con qualche dubbio in più, nonostante l’ottimismo,
nonostante la buona volontà di tutti, alcune piccole crepe, dei segnali che cominciano
a far traballare l’ideale. Come l’adulterio minimo tra Petra e Reinhold che
sconvolge la vita del povero Gunnar, e che dà slancio al secondo episodio, che
si focalizza proprio su quei personaggi quasi di contorno nel primo capitolo,
che diventano ora a tutti gli effetti principali protagonisti, ma soprattutto
personaggi che fronteggiano la nuova situazione economica che tritura tutto, compresa
l’esemplare "monetizzazione" del Muro dove i piccoli pezzetti di calcestruzzo sono
moltiplicati per un’idea altamente remunerativa del solito "genio" del
marketing americano che trasforma i frammenti in "graziosi" regalini. In Arrivano
i Russi abbiamo esplosioni di conflitti, più laceranti e distruttivi, che
in fondo coinvolgono Hermann e Clarissa, la cui fuga dalla riunione familiare
nel panico di fronte al cinismo e alla maleducazione schizofrenica, malsana, di
Anton, non li sottrae, o meglio non li sottrarrà dallo sbandamento materiale
della figlia di Hermann, Lulu.
Tutte queste tracce narrative sono più vitali di quanto
sembra. Sono caratteristiche simboliche, ma sintetizzano lo stato emotivo
passionale di tutti i personaggi. Come lo sfogo del distruttore di aziende, verità
rivelate apparentemente a uno sconosciuto, ma si tratta di Hermann, il quale vi
assiste con un sentimento misto di orrore e vergogna, salvo poi scoprire che è
la stessa persona che distruggerà l’azienda familiare.
Reitz non utilizza mai coup de théâtre visivi, né etichette
o vezzi stilistici autoriali. Preferisce, come in passato, la semplice
contrapposizione tra bianco e nero e colore, talvolta nella stessa scena per
sottolineare alcuni dettagli. La mdp osserva quasi sempre in modo diretto, con
onestà, i personaggi che si rivelano sempre per l’insieme delle loro
caratteristiche. Per le loro passioni, ma anche per le ossessioni, per statid’animo contingenti che sono visualizzati da corpi sempre autentici. Ovvio che
il successo di una saga come Heimat dipenda innanzi tutto sullo scambio affettivo
che i vari personaggi riescono a creare con gli spettatori, su un gioco
sottilissimo d’immedesimazione, che Reitz conduce sempre al livello più alto,
per la complessità delle sfumature, per le variazioni imprevedibili, ma
soprattutto per quel realismo di fondo che è il vero punto di forza dell’opera,
che utilizza l’opzione del sogno non come materiale fantastico, ma come umile,
speranzosa elaborazione tutta umana, tra sogni ad occhi aperti ed incubi alla
luce del sole.
© 2005 reVision, Andrea Caramanna
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