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Black Hawk Down2h 24'
Regia: Ridley Scott Qualcuno, forse poche attente persone, si ricorda della guerra in Somalia. Della missione umanitaria
iniziata dall’ONU all’inizio degli anni novanta per salvare il paese da una tremenda carestia e che ben presto si è trasformata in una
vera e propria guerra. Da una parte le forze militari ONU impegnate in missione umanitaria, dall’altra le bande armate somale. L’escalation
militare che comportò l’invio da parte degli Stati Uniti di truppe scelte quali i Rangers e la Delta Force per cercare di riportare
ordine all’interno di un paese allo sbando. Dai sacchi di riso con la bandiera statunitense si passò ben presto a proiettili ed enormi
elicotteri Black Hawk recanti la stessa figura a stelle e strisce. Dai servizi televisivi che mostravano in diretta un fittizio ed imbarazzante
sbarco di Marines sulle coste somale all’agguato che ebbe come vittime due giornalisti della Rai, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, una
ferita ancora aperta ma ormai passata nell’oblio. Così come tutta l’operazione somala.
Black Hawk Down strappa con inaudita violenza i punti che suturano quella ferita ormai quasi cicatrizzata. Black Hawk Down non racconta nulla, mostra cos’è la guerra del 21° secolo. La lotta dei ricchi contro i poveri, dei bianchi contro i neri, dell’asettico e tecnologico mondo (post)moderno che si scontra con il barbaro e sanguigno mondo medioevale dell’Africa nera. Il film analizza sotto la lente di ingrandimento un singolo episodio della “guerriglia” somala: la missione di un gruppo di soldati scelti americani incaricati di catturare nel centro della capitale Mogadisho, due luogotenenti del più potente signore della guerra Farradh Aidid. La missione programmata come un indolore e veloce intervento chirurgico, si rivelerà in realtà un incubo lungo un giorno per i soldati impegnati nella crudele guerra di quartiere che muove dall’abbattimento di un enorme Black Hawk nel cielo di Mogo da parte dei miliziani di Aidid. L’abbattimento della potente macchina da guerra volante, oscuro drago sputafuoco che protegge dal cielo la missione dei soldati, simbolo anche cinematografico della onnipotenza militare statunitense (basti pensare alla cavalleria volante di Apocalypse Now), rappresenta visivamente, meglio di cento discorsi e proclami, sia la presa di coscienza della vulnerabilità dell’apparato militare ipertecnologico americano che la parziale perdita di fiducia nei propri mezzi psicofisici da parte dei soldati impegnati sul campo. Nella confusione di suoni, immagini, odori che ne scaturisce sul campo, pallottole e razzi, civili e miliziani somali, sangue e liquidi
organici, il film si pone come osservatore imparziale. Puro occhio, pura macchina da presa, che esibisce ma non giudica, mostra ma non
racconta, perché il racconto implicherebbe di certo una qualsiasi presa di posizione, una soggettività estranea allo sguardo lucido ed implacabile
dello strumento meccanico. Affascinato visivamente dalla spettacolarità della battaglia, dalla sua rese cinematografica, il film si limita
a macinare chilometri di pellicola senza esprimere alcun giudizio. Ecco la guerra del 21° secolo, così com’è, con i suoi orrori, i suoi caduti,
i suoi lati umoristici e i suoi corpi. Black Hawk Down è un film materico, fatto di corpi, di arti, di liquidi organici, poche e
confuse parole che viaggiano disordinatamente attraverso l’etere. Case, pareti e soffitti, elicotteri e veicoli corazzati in movimento, armi
sofisticate e rudimentali, visori a raggi infrarossi e folle inferocite. La guerra si materializza, si concretizza, svuotata di una qualsiasi
valenza ideologica, esula dalla sua componente umana, per diventare opposizione di cose, violento cozzare di oggetti umani e oggetti inanimati.
La guerra idealizzata nel puro agire delle cose e degli uomini resi cose, nel movimento caotico di questi oggetti, trasforma Black Hawk Down in un film che a livello di forma non può sfuggire a questo movimento centripeto: un caleidoscopio che riflette immagini e suoni senza regole e gerarchie. A livello di contenuto il film rivela invece la sua completa immobilità e apatia, sospeso com’è tra una ammirazione estetica dell’azione di guerra ed una apparente condanna del suo stesso movimento, delle sue cause. L’oggettività del film, la sua non partecipazione emotiva, nasce proprio da questa dicotomia di base. Una attrazione tra opposti che rende meglio visibili tutta una serie di contrasti che il film si guarda bene dal risolvere. La differenza tra politica e guerra, dove le ragioni dell’una sono spesso il torto dell’altra; la differenza tra guerra come scontro tra eserciti regolari e guerriglia come lotta tra irregolari e gruppi scelti; lo scontro razziale tra un esercito di elite formato quasi esclusivamente da bianchi e un gruppo di uomini neri male addestrati, affamanti ma armati sino ai denti; la vera valenza di un atto idealmente eroico che si trova a dover fari i conti con la realtà di una sconfitta umiliante in grado di mettere in discussione il fatto che degli sconfitti possano essere considerati degli eroi; ma soprattutto la distanza che oggi più che mai separa, anche in Black Hawk Down e soprattutto forse dopo Black Hawk Down, la realtà della guerra e la sua immagine riflessa, mediata dal cinema, dalla letteratura e dalla televisione. Il commento finale al film non è affidato alle parole di chi scrive di cinema, al famigerato critico cinematografico, ma ad un personaggio di un altro film, di un’opera filmica che potrebbe valere nella sua interezza come commento a Black Hack Down. Nella sequenza della piantagione francese di Apocalypse Now, sequenza tagliata e poi riaggiunta nella recente versione ReDux del film, uno dei commensali francesi del banchetto a cui partecipa anche il capitano Willard ad un certo punto afferma: “Così quando lei capitano mi chiede perché vogliamo restare qui, noi vogliamo restare perché questa terra è nostra, ci appartiene. Tiene unite le nostre famiglie. Noi lottiamo per questo! Mentre voi americani state combattendo per il più grosso nulla della storia.” Come dicono i francesi, i giochi sono fatti, rien va plus. © 2002 reVision, Fabrizio Pirovano |
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