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Haunting - PresenzeThe Haunting - 1h 52'
Regia: Jan De Bont Ricordate Twister, il film catastrofico col tifone inarrestabile? Circolava un aneddoto curioso, all'epoca della sua uscita:
sembra che per la scena in cui il tifone abbatte un cinema all'aperto, il regista Jan De Bont non transigesse sul film che doveva essere proiettato sullo schermo:
doveva essere Shining. Per ottenere i permessi del caso, pare che ci sia stata una telefonata tra un emozionato De Bont e Stanley Kubrick, il quale non solo
concedeva l'uso di Shining, ma si complimentava con il collega più giovane per il film d'esordio Speed, che aveva visto nella propria sala cinematografica
domestica.
Riportiamo l'aneddoto, vero o falso che sia, perché simbolico di un'ispirazione profonda (che è anche ambizione), di un rapporto Maestro/allievo che risulta evidente in The Haunting, ultima regia per Jan De Bont. Dal punto di vista narrativo The Haunting è una storia di fantasmi classica, e non è nella costruzione del racconto l'eccellenza di un film che ripone una fiducia illimitata nel potere delle immagini. La preparazione dello spettatore al climax, per De Bont, è una pratica da evadere in fretta; dobbiamo arrivare alla Casa Infestata, dove possono entrare in funzione tutti i dispositivi del linguaggio, imbrigliati nel succinto prologo. La conoscenza col personaggio è diretta, e scevra di informazioni inessenziali: Nell (Lily Taylor), è una donna vissuta all'ombra della madre malata per tanti anni; il dottor Marrow (Liam Neeson) è un ricercatore carrierista che intende studiare il meccanismo della paura. Fin troppo facile, ora, attivare un processo di identificazione tra questo personaggio e il regista: sono entrambi ansiosi di condurci nel luogo ove provocare deliberatamente reazioni emotive, entrambi desiderano innescare una performance controllata che si ricomponga in testo (brillante pubblicazione scientifica per il primo, terrificante film di fantasmi per il secondo). Una gerarchia precisa si instaura tra i caratteri che s'incontrano successivamente, da quelli polifunzionali come Theo (ambiguità, spavalderia) e Luke (humour, mania), alle cosiddette "macchiette", apparizioni che servono da richiamo "di genere" (l'inquietante coppia di anziani custodi). Insomma, le intenzioni del film sono trasparenti, costantemente leggibili, come se De Bont si preoccupasse di azzerare psicologismi, o eventuali dubbi narrativi, al fine di allestire uno spettacolo per occhi inappagati, insoddisfatti dall'offerta del cinema corrente. E lo spettacolo è grandioso, magniloquente, superiore per concezione e disegno alla maggior parte delle produzioni attuali. Hill House, gigantesco edificio goticheggiante,
è protagonista assoluto della visione: la regia gli assegna pieni poteri sul duplice livello del racconto e del linguaggio. La prima immagine della casa comunica un'impressione
di sostanza pensante: un dolly verticale trasporta la macchina da presa dal livello del suolo verso l'alto, per cui vediamo emergere la massa dell'edificio carica di presagi.
E' un'inquadratura rivelatoria, cui segue una serie progressiva di interni splendidamente concepita: la scala nel salone di ingresso, i portali scolpiti, gli ambulacri, sono
elementi di dimensione superumana, fatti per generare e accogliere incubi di celluloide. Qui si conferma il ruolo del potere assegnato ad un insieme apparentemente inerte
di ambienti, che improvvisamente prendono corpo e voce, forzando i limiti della materia. L'inquadratura in plongèe (dall'alto dei soffitti, sui personaggi) torna con frequenza a costruire uno schema di dominazione che procede di pari passo con il racconto: il gruppo di studio del dottor Marrow comincia a "vedere" e a "sentire" cose inaudite (proprio come gli spettatori), quando si manifesta uno scontro tra le presenze di segno opposto che abitano Hill House. Allorché Nell si riconosce il ruolo di vittima sacrificale, compie i passi verso il destino che l'attende, con l'aiuto della casa stessa, della sua macchina decorativa animata. Non c'è passaggio narrativo importante, in The Haunting, che non sia scritto dalle immagini e nelle immagini: pensiamo al modo in cui Nell raccoglie indizi all'interno della casa, parlando ai morti e ricevendo dai morti le notizie che contano, per mezzo di fotografie sfogliate in velocità (il cinema, "la morte ventiquattro fotogrammi al secondo"). Jan De Bont, fino al delirio finale in cui l'impianto del grande spettacolo vacilla per l'esplosione simultanea di effetti digitali e riprese tradizionali (forse l'unico caso, nel film, di interazione difficile), conduce le danze con l'idea fissa del controllo totale. Un progetto che lo rende affine (oltre che al Kubrick citato in apertura) ad un altro grande regista-dittatore contemporaneo, James Cameron, ugualmente attratto dalla capacità cinematografica di animare l'inanimato. Alcuni critici americani, come le prime voci della critica europea, rimproverano a The Haunting l'assenza di personaggi convincenti, di un intreccio plausibile, di dialoghi apprezzabili; sul "Boston Globe" il giornalista Jay Carr scrive, a proposito della Casa Infestata: "Francamente, casa mia fa più paura". Si possono riconoscere le ragioni di questi signori solo ignorando che il film di De Bont è uno spettacolo esemplare, perfetto; certo, freddissimo come un teorema, senz'altro orizzonte che non sia la macchina, senz'altra preoccupazione che non sia il suo funzionamento. © 1999 reVision, Luca Bandirali
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