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Harem Suare1h 47'Regia: Ferzan Ozpetek Essere fuori, essere dentro. Se c'è un filo conduttore, nelle calde nebbie che avvolgono
Harem Suare, passa sulla lama affilata di questa differenza. Non un film sulle usanze orientali, sulla Turchia che fu,
quella dei sultani e delle belle donne velate, e sul suo impercettibile ma drammatico (e ineluttabile) tramonto. Piuttosto la
descrizione di quella particolare forma di appartenenza che solo l'esclusione può dare, l'esclusione volontaria dal mondo e
dalle sue leggi per un altro mondo, regolato da altre leggi. La storia della favorita Safiyè rappresenta la parabola discendente
di questo universo, dove la donna è un corpo ed un esistenza a disposizione dell'universo maschile che incarna il potere. E
destinata ad essere impossibilmente attratta da quella parte di uomini che la propria virilità non possono mostrare, gli eunuchi,
sacri guardiani dell'inviolabilità dell'harem. La determinazione di Safiyè, colta fanciulla di origini italiane, la porta ad
accedere nella stanza del sultano, ad avere da lui un figlio, e a stringere un muto patto d'amore con l'eunuco Nadir. Relazione
fatta di esclusione, da alcune delle modalità carnali comuni, e di appartenenza estrema, il frangente melodrammatico della
vicenda.
Harem Suare gioca con la virtù tipicamente orientale del raccontare per far trascorrere il tempo, allestendo un meccanismo di scatole cinesi che rendono l'impianto narrativo una sorta di puzzle atemporale, con un solo aggancio, il 1907. C'è poi un'ambientazione posteriore (che potremmo per questioni di comodo e di costumi collocare negli anni'50), che vede l'invecchiata Safiyè conversare con una ragazza conosciuta nella sala d'aspetto di una stazione. Dove possa collocarsi la vicenda, allo spettatore non è dato saperlo. Né deve interessare più di tanto, dal momento che non è la ricostruzione storica l'obiettivo del film. Ozpetek si muove tra gli arredi orientali, affonda nel mistero dei corridoi oscuri l'alone di sensualità. Tratteggia il dramma
di chi si trova senza protezione a percorrere le strade di una città che non conosce. Si riscalda quando descrive il lento
rituale dei bagni e dei massaggi ricchi di oli essenziali, facendo il debito uso dei corpi femminili come motore di un'eccitazione
che non può appartenere all'eunuco, escluso dietro un paravento ma partecipe, in quanto osservatore costante. Una relazione
sessuale affidata allo sguardo, ed assai emozionante, di intima complicità . Si smarrisce, però, nelle pieghe smarginate di
racconto eccentrico a qualsiasi punto fermo, indecidibile fino all'onirico, che insegue come un cubo di Rubik impazzito una
soluzione al perpetuo ruotare a vuoto. Che, detto altrimenti, sarebbe il non comprendere ciò che sta accadendo, imbarazzante
esperienza che toglie efficacia ad un film altrimenti ricco di fascino. Il sudatissimo Bagno Turco si rivelava assai
più compatto nel mettere i corpi a contatto. Evanescente anche la presenza di Marie Gillain, assai attraente in quanto a confezione ma debole dal punto di vista recitativo. Il che ci fa apprezzare ancora di più Lucia Bosè, immersa nell'ombra, (forse) una Safyiè che accusa il peso degli anni, che si è esibita come fenomeno da baraccone in spettacoli di varietà di terz'ordine, lo sguardo leggermente perso nel vuoto, ancora, magmaticamente, bellissima. © 1999 reVision, Riccardo Ventrella |
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