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Hardball

1h 46'

Regia: Brian Robbins



Conor O'Neill è impantanato nel gorgo delle scommesse illegali, alternando disperate crisi mistiche a chiari istinti masochisti ("Nessuno può farmi del male meglio di me!"); ma poi si innamora di una giovane maestrina che in principio aveva scambiato per una suora (come si nota, i debiti verso Il Cattivo Tenente di Ferrara sono pesanti). Così, un po' per amore, e molto per denaro, diventerà allenatore di una scalcinata squadra di baseball di periferia (formata dagli allievi della maestrina), guidandola contro ogni pronostico alla vittoria del loro torneo...

Il protagonista di Hardball è come una palla da baseball che schizza da una scena all'altra, violentemente percosso da personaggi e situazioni. Keanu Reeves si rompe una mano, infrange la testa contro una vetrata, poi contro una porta, un creditore lo assale (appunto) con una mazza, un altro lo minaccia di spezzargli i pollici... mentre lui ad ogni scena corre, salta, sbraita, canta il rap, sbatte bicchieri di birra sul bancone, e agita continuamente le braccia come un mulino a vento. L'unica sequenza (improvvisata?) che per grazia di Dio deraglia dai grigi binari previsti dal copione deve la sua casuale magia proprio all'istintiva isteria gestuale e locomotoria del suo interprete (in questo campo solo Mel Gibson può fronteggiarlo). Siamo davanti al campo di baseball: Conor deve restituire il sacco delle divise ai ragazzi, che ha ormai deciso di abbandonare al loro destino; lì nei pressi c'è l'auto del suo amico, che lo attende per piazzare l'ultima scommessa milionaria che potrà cambiare le loro vite. Cose già viste e riviste: il vecchio conflitto tra Ragione e Passione... Ma Reeves è forse l'unico attore al mondo capace di non rendere ridicola (o rendere ridicola in modo "calcolato") una scena in cui il suo personaggio va ben quattro volte avanti e indietro, dall'amico ai ragazzi e dai ragazzi all'amico, cambiando idee e propositi ad ogni passo, prima di decidersi a mandare al diavolo la scommessa, caricare l'intera comitiva in macchina e portarla allo stadio "degli adulti" (dove nessuno di loro ha mai messo piede).

Per il resto, l'ennesimo mestierante in regia rende superflua qualsiasi analisi stilistica. Nauseante è il paternalismo con cui ai poveri neri del ghetto vengono riconosciute come sole carriere professionali il baseball e la malavita, con la scuola come improbabile terza via (sostituendo al baseball il basket, riconosciamo lo stesso infantile schemino di Scoprendo Forrester). Ma prima di tutto ciò, resta nella memoria la prestazione ipercinetica di Reeves, curiosa figura di divo hollywoodiano, inspiegabilmente capace di restare all'apice del successo pur interpretando un film di serie B dietro l'altro.

© 2002 reVision, Dante Albanesi



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