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Happiness2h 20'Regia: Todd Solondz Ci sono facce che dicono tutto. Prendete Orson Welles quando aveva venticinque anni, Quarto
Potere in mente ed il mondo in pugno, o Hitchcock quando avvicinava le sue guance cadenti al nasino di Grace Kelly o alle
labbra di Kim Novak, oppure, in tempi più recenti, la fiera baldanza di James Cameron, o gli zigomi ossuti di Abel Ferrara,
dal quale non comprereste sicuro una macchina usata. Insomma, ci sono registi le cui facce, da sole, raccontano mille storie
(Pasolini, Ferreri), tanto che stupisce che tra i vari e bizzarri incroci tra pseudo-scienze e cinema non si sia ancora registrato
un impiego sistematico della fisiognomica in ambito filmico.Tutta questa contorta introduzione per dirvi che, se avete presente la faccia di Todd Solondz, Happiness lo capite di sicuro. Non fate, cioè, come gli ipocriti della Universal che si sono rifiutati di distribuirlo solo perchè è una commedia acida, terribilmente divertente, disperata ed inquietante su padri pedofili seriali, undicenni con problemi di eiaculazione, obese stuprate con portieri congelati a pezzi nel frigo e varia umanità. La faccia di Todd Solondz è molto simile a quella della protagonista del suo primo film, Welcome To The Dollhouse , che in Italia avevano tanto frainteso da intitolarlo Fuga Dalla Scuola Media, manco fosse di Vanzina. E' la faccia di uno sfigato (i pubblicitari direbbero, più elegantemente, di un "nerd"), di uno che nella vita ne ha viste e subite tante, senza nemmeno avere il fascino insicuro ed intellettuale di un Woody Allen. Sembra che si stia facendo del pettegolezzo, ma in realtà questa è critica cinematografia. La faccia occhialuta di Solondz è
il più essenziale degli elementi paratestuali per capire Happiness. E' la riprova del fatto che Happiness non è
un film derisorio verso i casi umani che presenta, non è un film cinico e superficiale, in questo, come l'innocuo Tutti Pazzi Per Mary.
Il secondo lungometraggio di Solondz non ci fa ridere dei personaggi che presenta: ci racconta con trovate da commedia quanto
di assurdo, di crudele, di grottesco c'è nella loro vita (e in quella di tutti noi), ma alla fine ci lascia l'impressione
precisa di non aver assistito solo ad una farsa. Solondz ha, dell'umanità degradata che racconta, una visione che riesce ad
essere al tempo stesso distaccata ma anche (in una sottilissima maniera) affettuosa: rispetta tutti i suoi personaggi, anche
i più sordidi, anche i più disgustosi. Non li mette alla berlina, partecipa ai loro dolori. Non ci dice che sono disgustose
eccezioni in un mondo altrimenti confortevole, ma che sono la norma, l'orrore normalmente nascosto in ogni provincia. E, infatti,
i signori della Universal non hanno perdonato, a Solondz, il fatto di rendere "umano" un pedofilo seriale, tagliando fuori il
film dal normale circuito commerciale americano malgrado la vittoria del Gran Premio della Giuria a Cannes e svariati altri
trofei.
I personaggi di Happiness sono costantemente in lacrime, in preda ad una crisi di nervi, tanto arrabbiati da avere ogni muscolo bloccato, movimenti e mimiche inconsulte come nello splendido quadretto che apre il film, sembrano tutti usciti da "Il cane più arrabbiato del mondo", la striscia a fumetti disegnata da David Lynch, o da una versione hard dei "Simpson". Dal tempo di Welcome to the Dollhouse, Solondz ha sviluppato di molto il proprio talento sia di sceneggiatore che di regista. La storia procede per due ore e venti con un miracoloso equilibrio narrativo, ed è sufficiente osservare il colore del divano su cui è seduto Ben Gazzarra quando dichiara alla moglie di volerla lasciare, o ascoltare gli ironici stacchi musicali ed i brani classici utilizzati da Solondz per capire quanto il trentottenne cineasta del New Jersey sia in gamba. Non c'è felicità, là fuori. "No Hope for Joy", nessuna speranza, come canta P.J. Harvey. E il fatto che Solondz abbia chiamato Joy il più indifeso dei propri personaggi la dice lunga sul suo nero umorismo. Il New Jersey è un inferno, come ogni provincia. E Solondz è il suo cantore, dolente, affranto, divertente e disperato. © 1999 reVision, Fabrizio Bozzetti |
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