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H2Odio

1h 28'

Regia: Alex Infascelli



Il cinema di Alex Infascelli ha bisogno di spazi, schermi che garantiscano l’efficacia minima di un’immagine pensata per essere percepita come coinvolgimento totale dei sensi. Per un’opera "direct-to-dvd" che salta la distribuzione tradizionale in sala bisogna ormai fare i conti con gli apparati di riproduzione del supporto. Forse a questo non ha tanto pensato Infascelli, che d’altra parte è ben conscio dei problemi attuali di diffusione del film (soprattutto italiano) quando non è spalleggiato da campagne mediatiche costruttrici di eventi. Sono questi ultimi (spesso solo presunti) a dire al pubblico se andare a vedere o meno qualcosa: dalla visione "pensata", "scelta", leggendo i tamburini dei film, alla visione "indotta", che ha solo carattere di morbosità.
H2 Odio così arriva nelle case, e a ciascuno il compito di organizzarsi la visione privata, anche a "pezzetti", non continua, assecondando la possibilità offerta dal dvd, di essere solo assaggiato, gustato, a salti da un capitolo all’altro. Anche questa opzione va ampiamente considerata perché l’ultimo film di Infascelli si presta a segmentazioni, a visioni ed ascolti scissi da una relazione logica tra causa ed effetto. Si tratta di una percezione superficiale del testo, laddove la superficialità iniziale di una prima visione ha sempre bisogno di penetrare uno spazio più profondo.
La dimensione estetica è prevalente, fin dall’incipit, dove i titoli di testa scorrono su una inquadratura fissa della superficie del mare. L’acqua come possibilità di immagini liquide che si succedono senza soluzione di continuità. Per questo H2 Odio è più che altro una lunga sequenza "videoartistica" sulle increspature dell’immagine mente. Iterazione dello sguardo intento a percepire e (ri)percepire la medesima enigmatica materia, suggestionato da sintomi vari. Una forma di Apocalisse, di isola di Lesbo, divina e segreta, territorio dell’immaginazione pura, anamnesi del sé, dell’identità scissa che ritrova il luogo d’origine, nel liquido amniotico della (palin)genesi.

Su tali fratture l’horror metafisico, come The Blair Witch Project, tenta di cancellare il vuoto con la furia delle immagini. E sembra restare solo la (ipotizzata) bellezza dell’immagine, la sensazione che si diffonde, si stratifica ad oltranza sino all’epilogo-inizio. Non c’è una chiave di lettura e le didascalie finali appaiono del tutto irrilevanti, perché la storia dei gemelli, dei quali solo uno spesso sopravvive, è la storia non di una nascita, ma di un ritorno a sé, che è già nella morte di un (altro) sé. È questo l’aspetto sconvolgente: la contrapposizione netta solo tra due immagini, vita e morte, ma dove gli elementi che si contrappongono sono confusi, mai percepibili come segno sicuro.
Le protagoniste femminili sono superfici a loro volta di segno simile ed opposto. Eliminazione di una narrazione, laddove non c’è posto per alcun racconto, ma solo per l’espressione di un’unica emozione. H2 Odio fonda la visione sullo stordimento, sulla lacerazione da una presenza razionale dentro l’immaginazione cinematografica, ed è la sorpresa, la meraviglia, il piacere dell’estasi per la purezza di un paesaggio metafisico che deve turbare lo spettatore, condurlo verso l’ignoto, attraverso una strada solo in apparenza riconoscibile. È questo percorso che il cinema di Infascelli sta tentando, già da Almost Blue e Il Siero della Vanità, un cammino del tutto sperimentale, ma dove i cinque sensi, superati, tentano di raggiungere il punto introvabile di un al di là vicinissimo eppure lontanissimo. Nella circonferenza di una radura heiddegeriana, ci ritroveremo per guardare il sole che corre sul cielo verso una nuova alba, o discendere sui bordi della montagna verso la superficie del mare per scomparire in una notte. Sono le strade di un’oscurità anche rivelata in versi "poetici", magari da ripercorrere, lungo i sentieri di una ripetuta visione. H2 Odioè un’opera da esperire, come l’ultimo Terrence Malick (The New World), lasciando che lo sguardo giochi all’esplosione e all’implosione. Sono i tragitti dell’immaginario visivo e sono anche il futuro delle visioni.

© 2006 reVision, Andrea Caramanna