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Il Grinch

How The Grinch Stole Christmas - 1h 45'

Regia: Ron Howard



Forse le più efficaci favole per bambini (natalizie e non) sono quelle che mettono in scena il "diverso", il reietto dalla società, condannato da un difetto fisico o una colpa antica: un infelice, insomma, che nell’istante pregnante della trama si addormenti solitario al buio, con gli occhi lacrimosi, mentre dalla città remota e immersa nella nebbia provengono risate di gioia e cori festanti. Non si allontana da questo schema "How The Grinch Stole Christmas", favola scritta nel ’57 da Theodor Seuss Geisel (conosciuto da generazioni di lettori americani come "Dr. Seuss") e divenuta anche cartone animato nel ’66.

Il rischio implicito di un film come Il Grinch era quello di scivolare nel grottesco gratuito, di soffocare ogni intento comico-fiabesco sotto un claustrofobico strato di trucco, effetti speciali e cartapesta sgargiante. Solitamente infatti, in questo genere di produzioni la prima vittima a cadere è sempre la "leggerezza", quel delicato impasto di innocenza ed equilibrio che pochissimi autori cinematografici riescono ad ottenere. Una ricetta altamente instabile che può produrre un capolavoro come Edward Mani Di Forbice di Tim Burton o un personalissimo (e ingiustamente maltrattato) poema sull’infanzia come Hook di Spielberg; ma anche goffi orrori come Toys di Barry Levinson o Popeye di Altman. Basta un ingrediente in più o in meno, ed ecco che il tenero diventa melenso, la paura per il babau si incrudisce nel sadismo compiaciuto: ne è un esempio l’incredibile Le Cinquemila Dita Del Dottor T di Roy Rowland (1953), dove un crudele insegnante di musica costringe cinquecento bambini a suonare tutti insieme su uno sterminato pianoforte.

In effetti, l’esordio che ci propone Ron Howard, con le abitazioni sghembe e luccicanti della città di Kinonsò, affollata di personaggini con musetto e dentoni topeschi e capelli riccioluti, sembrava proprio naufragare in quella direzione: una favola prigioniera della propria scenografia... Per questo, occorre dire che Il Grinch è un film palesemente salvato da Jim Carrey, l’unico attore al mondo in grado di restare se stesso sotto la maschera incollatagli addosso dall’esperto Rick Baker (fatta di peli di yak colorati di verde e cuciti su un tessuto di lycra). Tra le rughe e il fetore del Grinch si intravede lo spirito sovversivo e anti-istituzionale, la demenza cinica e calcolata di Ace Ventura o dell’Andy Kaufman di Man On The Moon: un’interpretazione che avvicina Carrey non tanto a Jerry Lewis (com’è ormai evidente da anni), ma soprattutto ad un grande "bambino adulto" oggi troppo dimenticato come Danny Kaye.
E così, di fronte alla stomachevole zuccherosità di Kinonsò, l’infingardaggine politicamente scorretta del mostro si rivela in realtà un’oasi di buon senso. Jim Carrey personifica con efficacia mirabile la morale anti-consumistica del film, l’attacco neanche tanto bonario contro una città-mondo di beoti consumatori che svilisce il Natale in un frenetico supermarket. Ma, ad un diverso livello di lettura, la sua presenza ci regala anche un’altra lezione: miliardi di budget possono a volte essere nulla davanti alle smorfie di un istrione.

© 2000 reVision, Dante Albanesi



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