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Il Mio Grosso Grasso Matrimonio GrecoMy Big Fat Greek Wedding - 1h 34'
Regia: Joel Zwick Il tentativo di cercare nel flusso illustrativo un momento autentico di cinema risulta vano. L'autenticità della mdp consiste
forse nel mettere in dubbio, cortocircuitare, la riproduzione dell'evento narrato. Invece qui solidamente si tenta di costruire quella maschera del nulla che è
la situation comedy, o meglio la situazione come momento "vero" dell'essere, nella successione standardizzata di macchine narrative, di schemi del racconto
intrisi di tanti stereotipi.Davvero in Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco lo stereotipo è preponderante e pervasivo perché tutta la storia, nel condizionare il riflesso del riso, utilizza la parodia più spinta di uno stereotipo o addirittura, come se questo non bastasse, avvicinandosi alla caricatura, alla ridicolizzazione del costume (che è invece più seriamente attitudine e pensiero). Da entrambe le parti, perché se l'ambientazione della famiglia greca, i suoi numerosi personaggi sfiorano le performance buffe da clown, dall'altra parte i "rinsecchiti" genitori yankee sono freddi, puritani, inespressivi, completamente obnubilati dagli stessi pregiudizi dei greci. C'è dunque il gusto d'inorridire di fronte al diverso ed in effetti alcune tradizioni della Grecia appaiono esilaranti come lo sputo per cacciare il diavolo o il malaugurio, mentre la cerimonia nuziale e tutti i suoi riti, dalla preparazione, la lista degli invitati, i biglietti delle partecipazioni, i terribili regali, fino al trattenimento, appaiono gli stessi in tutte le culture. La chiave di forza di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco, oltre al titolo sicuramente divertente, è la sua capacità di regalare una completa
immedesimazione nei personaggi. E soprattutto nella protagonista femminile. Quando abbiamo visto, in tempi recenti e da Hollywood, una "bruttina stagionata" che
si ricicla, ma rimane lo stesso bruttina, o almeno rendendo visibili i limiti di ogni persona normale, che può risvegliarsi il giorno delle nozze con un brufolo
vicino le labbra, che ha desiderato scrollarsi di dosso la pesante e nefasta influenza familiare? Tutto ciò funziona a meraviglia (nell'ottica dello spettatore
che va a cinema per "non vedere"), senza le luci e le ombre di un cinema dello sguardo e dell'anima, ancorché all'inizio il film percorra con un margine
di compassione la via autobiografica (la sceneggiatura teatrale di Nia Vardalos, anche corpo d'attrice) e il racconto un po' alla Jane Campion (quella di Sweetie
o Un Angelo Alla Mia Tavola), ma poi finisca per abbandonare ogni tentativo drammaturgico per esplorare banalmente gli adattamenti burleschi, gli choc inevitabili
nello scontro diretto e frontale di due culture lontanissime.
© 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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