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Gran Torino

1h 56'

Regia: Clint Eastwood



Se il buon vecchio Callaghan, ormai in pensione, è entrato a far parte, con pieno diritto, dell’olimpo dei grandi personaggi dell’America amara, al suo interprete e demiurgo non resta che esibirne il ghigno amaro impugnando un’immaginaria Smith & Wesson per mimare uno sparo. Prosciugato nel volto come una scultura di Giacometti, il grande Clint Eastwood decide d’incarnare il suo nuovo antieroe che si chiama Walt Kowalski (cognome del memorabile personaggio che Marlon Brando interpretò in Un Tram che si Chiama Desiderio) ed è un immigrato polacco, reduce dalla guerra di Corea e dalla catena di montaggio della Fiat come operaio. Un personaggio ironicamente autoreferenziale, questo, per il pluripremiato regista di un cinema sorprendentemente vitale e lancinante, forse il suo canto del cigno come attore. Il fatto è che Eastwood vuole ancora una volta gettare il proprio corpo nell’anima della contemporaneità lacerata che ha metabolizzato la violenza fino a trasformarla in manifestazione di un’afasia annichilente. Il risultato è Gran Torino, magnifica, intensissima elegia del sacrificio che sembra corteggiare, per poi sbeffeggiarle, le possibilità del tragico già esibite con la necessaria ritenzione in quel capolavoro che rimane Million Dollar Baby. Ed ecco, allora, la maschera dell’angry old man che ostenta senza ritegno tutto il suo ringhioso sdegno di emarginato, sparando un rancore acido, con i modi di chi ha deciso di perpetrare il proprio autodafé guardando in faccia la morte. Un Céline made in Usa, che non ha smesso la sua divisa per farsi testimone vivente dell’orrore di tutte le maledette guerre del passato come del presente e del futuro. Il vecchio Dirty Harry senza nostalgia, volontario prigioniero nel suo giardino del bene e del male, intento a difendere i confini del suo aldilà, scegliendo di conversare solamente con la cagnetta Daisy e di sorseggiare sornione lattine di birra una dietro l’altra, è in realtà il custode di un feticcio mitologico: la sua prodigiosa Gran Torino, una vettura del 1972, reliquia che cita concettualmente l’eleganza della velocità, uno dei futuristici miti del Novecento che fu. E la storia di metamorfosi implacabili che si racconta appare circoscritta tutta all’interno di una dead zone, un quartiere da dove la macchina da presa non esce, indicando solo nel finale una prospettiva di fuga.

Il film comincia e finisce con un funerale: quello dell’incipit è la cerimonia della sepoltura di Dorothy, la moglie di Walt, il quale si mostra ormai incapace di trattenere il proprio sdegno di straniero del mondo, restio ad accettare qualunque conforto, sia dai figli che l’hanno abbandonato (mentre lui ha preso ad ignorarli) sia dalla religione (è refrattario a qualunque forma di metafisica). L’ultimo desiderio della sua Dorothy è che lui possa confessarsi: glielo comunica Padre Janovich (Christopher Carley) prima d’incassare un sarcastico rifiuto. Il mondo di Walt si è sfaldato, ed è inutile persino provare ad elaborare il lutto (dei tanti amici che non ci sono più) o abbandonarsi ai ricordi. Una volta al mese c’è l’incontro con un barbiere di origine italiana di nome Martin (interpretato da un ottimo caratterista, John Carroll Lynch), un rituale consolatorio, frettoloso e virilmente ruvido. E poi restano alcuni bersagli: gli antichi nemici del fronte in Corea riconosciuti nei nuovi vicini di casa, una famiglia di asiatici di etnia Hmong provenienti dal Laos, dalla Thailandia e dalla Cina. Identificarli come escrescenza di barbarie è, per il nostro antieroe, una possibilità di dare forma più compiuta all’odio covato dentro. La scintilla che potrebbe provocare l’esplosione s’innesca quando un componente di quella famiglia, il sedicenne inesperto Thao (Bee Vang, autentica rivelazione della stagione) viene sollecitato dal cugino Spider (Doua Moua), che fa parte di una gang rionale guidata da Smokie (Sonny Vue), ad introdursi di notte nel garage del "polacco" per rubargli il prezioso prototipo automobilistico. Il goffo colpo si risolve in un rapido inseguimento dove Walt rimane contuso, incespicando: per l’occasione è tornato ad impugnare il suo M-1, fucile di reduce. Continua a servirsene quando i brutti ceffi della banda impartiscono una dura lezione al giovane ladro mancato, sconfinando nella sua proprietà. Così la sua presenza da minaccioso si fa protettiva per i parenti del ragazzo che, riconoscenti, cominciano a corteggiarlo, facendogli trovare del cibo di fronte alla porta. Soprattutto la madre e la sorella maggiore Sue (un bel volto da ricordare, Ahney Her) con la loro insistente presenza riescono a coinvolgere il burbero vicino nell’angusto microcosmo familiare, di cui fa parte anche la scorbutica nonna, con l’apertura di un dialogo che è preludio di una possibile, concreta solidarietà tra "sradicati". Anche il sempre più impaurito Thao, con la complicità della dolce Sue, si rende disponibile per riparazioni domestiche a servizio di Walt, come pegno da pagare per il tentativo di furto della Gran Torino. E quando le malavitose pressioni si fanno pericolose, trasformando i recinti in trincee, all’uomo non resta che ricorrere all’antica legge della frontiera, in un moto di pietas che ricorda quello della commovente unione tra l’allenatore e la ragazza pugile di Million Dollar Baby. Il conclusivo funerale è però una catartica chiusura del cerchio, che il rombo del prototipo Fiat proietta lungo le traiettorie dell’orizzonte del Mito.

Prima dell’ellissi beffarda che salda il paterno legame tra l’antieroe e i suoi protetti, il film cesella, in poche e taglienti scene, lo speculare percorso iniziatico: così al giovane Thao tocca d’incrociare l’affettuoso turpiloquio tra Walt e il suo barbiere come segno d’adeguamento alla way of life dell’America ridicolamente ancorata ai principi di una virilità ormai desueta. Ma la Sue con il viso martoriato dopo lo stupro subito, diventa icona di una dimensione umana atavica che il protagonista contrappone alla mancanza d’empatia della nipote, risultato dell’attuale elaborazione del vuoto di cui è vittima la società privata di valori. Questo disperato connettersi emotivamente al dolore fa del personaggio di Eastwood una metafora palpitante di resistenza a qualunque forma di oblio: per lui diventa facile pentirsi del proprio ruolo di antico carnefice in guerra ("Quello che perseguita di più un uomo – dice a un certo punto – e ciò che non gli è stato ordinato di fare"). Così il cineasta regala a sé stesso la propria spietata espressione di compita rabbiosità poi sciolta in smorfia d’indignazione (un’interpretazione attorale assolutamente memorabile). E così, dopo il lacerante dittico su Iwo Jima che rovescia ironicamente (spingendosi oltre John Ford) lo spirito stesso della leggenda americana, il cantore Clint spezza la sua lancia a favore di tutte le diversità, non solo razziali, esponendo l’innocenza perduta del proprio Paese ad una drammatica verifica sul luogo di conflitti che si sono fatti infiniti ed invisibili.
Musicato da Kyle Eastwood e Michael Stevens (la bella canzone che dà il titolo al film è cofirmata dallo stesso regista ed interpretata, in coda, da Jamie Cullum e Don Runner), sceneggiato dall’esordiente Nick Schenk (che conferma il proprio valore dopo una carriera televisiva firmando il soggetto insieme ad un altro neofita, Dave Johannson), fotografato dal fedele Tom Stern (che ha anche curato lo splendido debutto alla regia di Alison Eastwood, Rails & Ties), Gran Torino è un fulminante apologo sul dolore e il tremore che ci offre la vita nel suo concreto divenire, oltre le tentazioni del Sacro (con la cui Chiesa Eastwood tende a polemizzare, come ha già fatto in Million Dollar Baby). E al pubblico non resta che godere il sottile spettacolo dell’incertezza, categoria dello spirito che questo cineasta divenuto classico può da tempo esibire, identificandosi questa volta con un malinconico giustiziere di sé stesso, talmente disincantato e saggio da confessare finalmente all’insistente prete, prima di andare all’appuntamento fatale, di essere un contribuente evasore, guardando finalmente oltre a tutte le regole e tutte le convenzioni della sua America perduta.

© 2009 reVision, Francesco Puma