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Grace is Gone

1h 25'

Regia: James C. Strouse



La segreteria telefonica rimanda la voce di Grace, di una donna che, arrivata alla meta del suo viaggio, tranquillizza i propri familiari. E’ una registrazione vocale, scheggia di flagrante quotidianità, che pervade emblematicamente le immagini dell’incerta, quasi barcollante, camminata di un uomo che attraversa il retrobottega di un negozio di articoli per la casa, fino ad arrivare di fronte ai suoi dipendenti: l’uomo si chiama Stanley Phillips, gestisce quel negozio e ha l’aplomb acremente malinconico di un ben ritrovato John Cusack. Già dal perturbante incipit, Grace is Gone si propone di restituirci il senso del profondo smarrimento che finirà per dominare il suo protagonista, il diagramma di un’incipiente afasia che coincide con la perdita dell’equilibrio familiare.
Si tratta di un bel debutto alla regia dello sceneggiatore James C. Strouse (che ricordiamo autore, tra l’altro, del copione di Lonesome Jim, diretto da Steve Buscemi, mai uscito nel circuito delle nostre sale ma recuperabile in DVD). Neofita di talento, il nostro mostra di voler evocare più che sottolineare, puntando abilmente a far montare le atmosfere palpabilmente angosciose della sua minimalistica storia incentrata sulla travagliata elaborazione di una perdita improvvisa, su un’affannosa compensazione di affetti mancati traumaticamente vissuta da personaggi inscritti in ambienti che già da soli indicano la condizione di un vuoto esistenziale difficile da colmare. Così, quando un riflesso su una finestra abbaglia il salotto di casa Phillips percepiamo la temperatura stessa di uno stato emotivo: il silenzio che precede l’affannosa ricerca di comunicazione.
Il protagonista Stanley è in preda ad una sindrome di disaffezione che deriva dalla frustrazione di non essere quello che avrebbe voluto diventare: non ama il proprio attuale mestiere, la sua carriera militare è stata bruscamente interrotta a causa di un improvviso indebolimento della vista. In quell’occasione ha conosciuto la bella Grace e l’ha sposata: Grace, al contrario di lui, i suoi gradi se li è conquistati fino ad essere spedita, come sergente, in Iraq.

Mentre la moglie è al fronte, tocca all’uomo gestire, con un rigorismo che nasconde un algido ed egoistico impaccio, il rapporto con le due figlie: la dodicenne Heidi (Shélan O’Keefe) e la più piccola Dawn (Gracie Bednarczyk), alle quali non rimane che riversare il proprio desiderio d’affetto sulla madre assente, fino a sintonizzare l’orologio (come fa Dawn) al suo fuso orario per sentirla meno distante. La nevrotica ritrosia di Stanley, padre protettivo ma troppo severo, si stempera alla notizia della tragica morte della moglie: mentre due militari gliela comunicano con il dovuto scrupolo, lui rimane immobile sprofondato nella sua poltrona, preda di uno smarrimento stringente. Non se la sente di comunicare alle figlie il luttuoso evento ed allora decide di partire con loro in auto, di punto in bianco, verso una casuale meta candidamente suggerita dalla piccola Dawn: "Enchanted Gardens", un parco giochi a tema situato in Florida. Vertigine della fuga, perdita del centro, ricerca disperata dell’orizzonte illimitato alle soglie della vita: come ci insegna la grande narrativa (ed il grande cinema) made in Usa è solamente lungo il sentiero mitologico dell’on the raod che l’identità umana misura le proprie possibilità di riscatto e resurrezione.
Durante l’esorcistico, intimo rituale auto-esplorativo, quel che resta della famiglia Phillips prova a ricongiungersi in viaggio macinando, con decrescente pudore, lo straziante dolore per la perdita. L’attonito Stanley riesce finalmente ad esternare la propria angoscia una volta arrivato in casa del fratello John (Alessandro Nivola), piangendo sul suo letto e poi scontrandosi con lui quando questi apprende che le due bambine ignorano ancora la notizia della morte della madre: uno scontro che si scioglie in un tenero, liberatorio abbraccio. Lungo il tragitto, l’uomo avverte il bisogno di una confessione ideale alla moglie che non c’è più, registrandola con una telefonata alla segreteria di casa: è una straziata ammissione di debolezza, dell’incapacità di trovare le parole giuste per spiegare alle figlie quell’improvviso vuoto, la morte, il destino. Ed il racconto si concentra a delineare la prospettiva di un riavvicinamento necessario, di un calore che deve essere ritrovato, di una solidarietà naturale.

Il regista Strouse sceglie, con pudore ed acutezza, le ambientazioni dei colloqui rigeneratori prima in un centro commerciale dove il padre e le figlie si ritrovano all’interno di una casa giocattolo ad evocare ludicamente un’intimità fino ad allora negata, e infine su una spiaggia al tramonto, dove si consuma il catartico capitolo della rivelazione: finalmente le parole sono state trovate. Il ritorno a casa vede la famiglia riunita, dopo il funerale, in un afflato silenzioso di preghiera che cerca di dare consistenza simbolica al sacrificio di una donna caduta in nome della ragione di Stato.
Come al solito, il God Bless America che fu del memorabile finale di Cimino e del suo Il Cacciatore assume valenze ambigue, già evidenti nelle dialettiche allusioni alla "guerra necessaria" perpetrata da Bush, filosofia difesa da Stanley e veementemente censurata dal fratello John, durante una loro sfumata ma sostenuta discussione. E’ il paese ferito dalla storia infinita dei conflitti inevitabili che potrebbero essere evitati, è questo paese, insieme ai suoi sentimenti umiliati, che affiora lungo tutto il corso di questa tagliente, secca, malinconica elegia familiare magnificamente interpretata da un Cusack in stato di grazia mentre le piccole O’Keefe e Bednarczyk mostrano di possedere una promettente stoffa (e si nota, in una scena ambientata in una piscina, Marisa Tomei).
Presentato con successo al Sundance Film Festival 2007, dove ha vinto il Premio del pubblico e quello per la migliore sceneggiatura, Grace is Gone (col suo titolo che allude metaforicamente alla grazia, virtù attualmente assai difficile da far levitare) si avvale di una sommessa e toccante colonna sonora composta da Clint Eastwood, regista la cui linea poetica è evidentemente compatibile con quella dell’esordiente Strouse: questione di affinità elettive, di un comune sentire che spinge a trasformare ogni minimalistico spunto narrativo nell’epica esortazione a ritrovare l’identità comune di quell’America lontana che, grazie a film come questi, ritroviamo vicina ad ammonirci e ad indicare sempre nuovi orizzonti morali di riscatto e di rinascita.

© 2008 reVision, Francesco Puma