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Gosford Park

2h 17'

Regia: Robert Altman



Gosford Park è come un quadro impressionista. Rapide e numerose pennellate come i vari personaggi che compongono la pellicola, voci e rumori che si sovrappongono con apparente casualità come i colori di un quadro che si mischiano dando luogo a nuovi ed inaspettati accostamenti cromatici. Tratti grafici, decisi colpi di pennello, linee e curve che si intrecciano, si sfiorano, si sovrappongono come le singole vicende dei protagonisti del film, una infinità di sguardi soggettivi che finiscono con il donare all'ultima opera cinematografica di Robert Altman una inaspettata coerenza, una graduale omogeneità narrativa. Uno sguardo collettivo, lucido e distaccato, su un momento di decadimento. Un attimo di passaggio dal mondo della vecchia nobiltà di sangue inglese al mondo della borghesia rampante legata al denaro, un istante di smarrimento che mostra con estrema luminosità vizi e segreti di un universo in disfacimento.

Il vecchio e ricco patriarca Sir William McCordle (Michael Gambon) decide di riunire tutti i suoi parenti nelle tenuta di Gosford Park per una partita di caccia al fagiano, riflesso impoverito della più nobile, ma vietata, caccia alla volpe. Attorno alla sua figura e a quella della giovane moglie Sylvia (Kristin Scott Thomas) si riunisce così una svariata umanità formata da vecchie e nobilissime zie con eterni problemi di sussistenza, giovani e rampanti nipoti in attesa di un ricco finanziamento, parenti e amici il cui unico scopo è quello di cercare di ottenere denaro dal vecchio e potente consanguineo. Alla compagnia dei parenti si aggiunge un piccolo gruppo di americani, la giovane star del cinema statunitense Ivor Novello (Jeremy Northam), un ambiguo produttore hollywoodiano accompagnato dal suo "particolare" valletto. Alla inetta e boriosa vita dei nobili sistemati nei piani superiori della lussuosa villa di campagna si contrappone l'ordine e l'efficienza rappresentata dagli abitanti dei piani bassi. I luoghi deputati ad ospitare la servitù della casa, le dame di compagnia degli ospiti e i valletti dei ricchi invitati. Sono loro il vero motore del film, gli unici ad agire in una casa altrimenti sopraffatta dai pettegolezzi, dagli ozi e dalle note di pianoforte.
A turbare l'apparente stato di quiescenza della villa ci pensa un tragico avvenimento. La morte, o meglio l'omicidio, di Sir William. Un duplice omicidio perpetrato ai danni della medesima persona, prima avvelenato e poi addirittura accoltellato. Questo avvenimento metterà in forzata comunicazione i diversi piani dell'abitazione, le diverse categorie sociali degli abitanti. Padroni e servitori si vedranno posti sullo stesso piano dalle indagini della polizia. In uno straordinario ed ironico scontro di classe l'omicidio stesso passerà in secondo piano lasciando il proscenio ad una serie di rivelazioni che mineranno per sempre l'apparente serenità del luogo e dei suoi abitanti.

Con Gosford Park Robert Altman attua un vero e proprio ribaltamento sia delle convenzioni legate alla vecchia aristocrazia inglese sia dei canoni legati alla detective story letteraria o cinematografica. L'omicidio, l'atto criminale non è più il fine ma soltanto il mezzo che permette alla narrazione di svelare la realtà dei fatti, di mostrare una nobiltà di sangue che comincia a esibire al suo interno enormi ed insanabili segni di debolezza minata dalla nuova borghesia legata solo ed esclusivamente al denaro; una narrazione che sembra procedere, anche nell'inchiesta criminale, solo grazie alla buona lena e al dinamismo dei subalterni, della servitù. Mentre la nobiltà dorme, il terzo stato agisce cercando di non turbare gli incubi dei ricchi. Non è un caso che la risoluzione dell'omicidio, la raccolta dei pezzi dell'intricato puzzle esistenziale sfociato nel duplice delitto, sia da attribuirsi alla giovane Mary, dama di compagnia ed improvvisato detective. Il paradosso splendidamente messo in scena del film è proprio questo: mentre la nobiltà cerca di annullare l'identità degli altri componenti della società (nei piani bassi della casa la servitù assume nome e grado dei loro datori di lavoro), questi ultimi le sottraggono di sottecchi il ruolo di protagonista. Un passaggio indolore dato lo stato di morte apparente in cui da tempo giace la nobiltà. Testimoni imparziali ma coscienti di questo passaggio sono il gruppo di "alieni" americani che accompagnano le serate danzanti e giocose dei ricchi inglesi. Non è certo casuale il fatto che questi testimoni gravitino in un modo o nell'altro nel mondo del cinema, nel dorato universo dei nuovi ricchi, dei nuovi protagonisti. Sono loro il gruppo di mezzo, lo status sociale di passaggio. Un ruolo magistralmente interpretato dal finto valletto Henry, capace di farsi accettare in mezzo alla servitù, di non disdegnare l'erotica arrampicata sociale offertagli dalla padrona di casa, e poi di (ri)prendere il suo posto al piano terra della casa. E' lui il personaggio simbolo del film, l'opportunista camaleonte che con il suo continuo agire, scendere e salire le scale, mette definitivamente la parola fine ad una rigida divisione sociale, ad una intera epoca. Sono proprio questi personaggi venuti dal nuovo mondo il segno tangibile del progresso tecnologico e sociale, di una nobiltà in forte recesso e di un terzo stato in forte avanzamento. Sono loro infatti ad abitare metaforicamente il piano terra della casa, a rendere le stanze di questo piano vivibili e piacevoli per tutti. In fondo ciò che separa il sopra dal sotto, la nobiltà dalla servitù, il ricco dal povero è solo una rampa di scale da cui molta gente scende e sempre meno ne sale.

© 2002 reVision, Fabrizio Pirovano