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Gone Baby Gone1h 54'
Regia: Ben Affleck Ricordate Mystic River, regia ispirata e potente di un Clint
Eastwood in stato di grazia? Una storia dura, fin dall’incipit che mostra la scena primaria di uno stupro capace di segnare
l’esistenza del poliziotto protagonista, Tim Robbins, venticinque anni dopo il fattaccio risucchiato nel vortice di un’indagine
scabrosa sulla morte della figlia di Sean Penn, padre ferito avido di vendetta. Uno specchiarsi di tormenti paralleli, un
concitato e doloroso incedere a ritroso nel tentativo di cancellare colpe originarie a testimonianza dell’innocenza perduta
non solo da quei personaggi ma dall’America intera e dal suo amarissimo dark side. Il romanzo da cui quel film è stato tratto
s’intitola in italiano "La morte non dimentica" e l’autore è Dennis Lehane, un "thrillerista" che vive a Boston ma ha origini
irlandesi. Nei suoi libri i delitti svelano sempre il contesto di uno status quo degradato mentre i suoi protagonisti esibiscono
lacerazioni sanguinose da cattiva coscienza difficilmente solvibile.Adesso Gone Baby Gone altro titolo di Lehane popolarissimo in Italia come "La casa buia" (quarto di una serie dedicata ai detective Patrick Kenzie e Angie Gennaro) è arrivato sugli schermi sotto la direzione di un divo esordiente dietro la macchina da presa ma già sceneggiatore da Oscar, il californiano Ben Affleck che come attore è stato apprezzato almeno in quel di Venezia dove ha vinto la Coppa Volpi festivaliera, nel 2006, per la sua performance non disprezzabile in Hollywoodland. La materia è densa e l’assunto assai coinvolgente, adatto ad un debutto registico che voglia farsi notare: si parla d’infanzia
negata ed offesa, di un’umanità in preda ad una dannazione fatta di violenza e di nevrosi profuse. Siamo nel malfamato quartiere
di Dorchester, a Boston, dove un brutto giorno scompare nel nulla una bambina di quattro anni, Amanda McCready (la dolce Madeleine
O’Brien). Mass–media e polizia cominciano allora a stringere il cerchio attorno alla casa materna, periferica e degradata,
scenario di un’indigenza che si riverbera nel vissuto dei suoi abitanti. Helene è una giovane cocainomane ed alcolizzata,
frequentatrice di pericolosi locali notturni, preda di abbrutimento ed angoscia senza limiti: ad incarnare l’aplomb di madre
perduta disperatamente malinconica, troviamo la brava Amy Ryan, abituata a ruoli ombrosamente ambigui in serie tv poliziesche
come Homicide e Law & Order, mentre sul grande schermo l’abbiamo vista di recente nella commedia L’Amore Secondo
Dan e nel capolavoro di Lumet Onora il Padre e la Madre (altro feroce apologo familiare
affogato nelle crudeli geometrie della provincia Usa, limite estremo di una annichilente afasia esistenziale che conduce al
delitto inutile). Casey Affleck, fratello minore di Ben (fattosi notare ultimamente in L’Assassinio di Jesse James per Mano
del Codardo Robert Ford), conferisce un vigore incerto e problematico al suo Patrick, investigatore privato incaricato delle
indagini sulla scomparsa della bimba dagli zii di questa, Beatrice (Amy Madigan) e Lionel (Titus Welliver), affiancato nell’impresa
dalla fidanzata Angie (la bella e sensibile Michelle Monaghan). Indagano pure i poliziotti Remy Broussard (un sempre intenso
Ed Harris) e Jack Doyle, addolorato capitano che si porta addosso il peso della perdita di una figlia assassinata, a cui offre
vibrante consistenza emotiva un impagabile Morgan Freeman.L’intrigo si fa torbidissimo, con risvolti che in questa sede è inutile anticipare, fino ad una soluzione di comodo che offre lo spunto per ulteriori e decisive scoperte. A svelarsi clamorosamente è un microcosmo di orrori, la banalità del Male qui rappresentata attraverso il laido squallore di un letale mercato della pedofilia gestito da lerci e libidinosi criminali senza scrupolo, un perverso crogiuolo animato da soldi e droga, nel quale finisce irretito il piccolo Jimmy Pietro (Henry Cameron), vittima innocente della furia dei tempi marcescenti, nell’emblematica casa degli orrori. Lavorando su una tematica non solamente a cinema già trita, Affleck regista dimostra piglio sicuro nel raffreddare la materia
incandescente di un noir esistenziale che si rifà alle scansioni classiche del thriller anni ’30 e ’40, in questo assecondando
le screziature sociologiche del romanzo di Lehane, aiutato dalla sua esperienza come sceneggiatore firmando per l’occasione,
un efficace script in coppia con Aaron Stockard. In Gone Baby Gone il plot poliziesco con sfumature mélo diviene il
pretesto per una disamina sul qui e ora di una condizione umana degradata fino alla consunzione, un teatro orrorifico di caratteri
ed ambienti votati ad uno sfascio che diviene il simbolo della sconfitta di ogni possibilità di redenzione e di progresso civile.
Eravamo barbari e lo siamo ancora, dando fuoco alle polveri di microguerre quotidiane che lasciano sul terreno vittime innocenti
di carnefici privi di qualunque afflato d’empatia. In tale melmosa perdizione, il film lascia trasparire la debole luce di una
pietas materna, quella della povera Helene che sembra risvegliarsi dalla propria caduta, fatta di stoltezze ed irresponsabilità,
quando può rispecchiarsi nello sguardo ferito della figlia cercata.E’ nel giardino del Bene e del Male, inselvatichito perché assai poco coltivato, che l’America di oggi prova a mettersi in scena, senza pudore alcuno, rivelando le tragiche risonanze di un’assenza di giustizia che inficia ogni orgogliosa affermazione di democrazia e di libertà. Sostenuto dalla tesa ed essenziale partitura di Harry Gregson-Williams (capace di dare forza espressiva alle scene più difficili), l’opera prima di Affleck prova a farci inoltrare nel sentiero interrotto di una Verità ardua da interpretare, dove c’è però ancora spazio per le volenterose indagini di coloro che, a furia di spezzare lance, sanno irrobustirsi scontrandosi con la realtà tagliente dei piccoli inferni quotidiani a noi limitrofi, capaci di annichilire le private ragioni assieme a quella Ragione che, secondo alcuni, sarebbe capace di dominare il mondo. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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