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Gomorra2h 15'
Regia: Matteo Garrone Sono la stessa cosa: Il film, quella fotografia non del film, ma di "vita vissuta". La
mucca "pazza" o quasi, che non bruca l'erba, ma rovista tra l'immondizia. È il collegamento diretto tra "realtà" ed immagini,
nel film e/o fuori dal film. Perché il senso del cinema non può che esser questo oggi: (corto)circuitare immagini ed immaginari,
recuperare quel senso critico di fronte ad una particolare rappresentazione del reale. Che non è la medesima operazione di Rosi,
Petri, né tanto meno la denuncia. Perché denunciare ha poco senso se si utilizzano gli strumenti dell'indignazione sociale,
come ha fatto per esempio Michael Moore, addebitando a Bush un'espressione di ebetismo beato di fronte alle responsabilità di
Stato durante l'attacco terroristico dell'11 settembre. E per questo Godard, che è ancora capace di pensare seriamente, disse
che non era cinema, era solo un mezzuccio da giornalista di quart'ordine. Troppo facile e per nulla convincente, e nonostante
tutti gli altri meriti indubitabili del cinema di Moore. E, ritornando alla mucca, così come ad altri episodi vissuti come
l'artigianato maori etichettato "made in Poland" o gran parte del gadget Disney made in China e così via, allo stesso modo in
Gomorra è giusto vedere lo sguardo del sarto (Cantalupo) a Scarlet Johansson come il ponte dovuto, il significato,
finalmente. Che è chiaro il fatto che Garrone sottolinei il collegamento oscuro tra fatti, personaggi, ambienti in modo sempre
più diffuso nella cinematografia contemporanea, pensate a Babel di Inarritu. E che allo stesso
tempo tale collegamento è negato da "qualcuno". Tutti nel "proprio" mondo, come attanti, parti di un meccanismo. I mafiosi ed
i camorristi tra loro, nel territorio mentale che coincide con un luogo fisico sempre più astratto o meglio soltanto suolo,
terra da utilizzare, per scaricare rifiuti. Corpi/bambini/donne venduti da utilizzare per spacciare la droga, corpi/bambini/donne
venduti da utilizzare per mantenere il controllo degli interessi.
Le armi sepolte sono la vera icona del nostro mondo. Si vedono poco eppure sappiamo di essere armati fino ai denti. O almeno
sappiamo che basta un cenno per far fuori due balordi ed un cenno per far fuori altri rivali, oppure chiunque ostacoli il commercio
(è questo il senso vero dello show that must goes on). Le armi e il denaro. Il resto è di passaggio. Nella storia dell'uomo
sarebbe meglio cominciare a riflettere se sia soltanto questa la chiave di lettura degli eventi. Altro che revisioni storiche,
qui andrebbe riscritta anche la Preistoria. E non a caso Kubrick, che la sapeva molto lunga, fa partire tutto da armi ed omicidio,
dal primo uomo. Il resto, per quanto favoloso ed affascinante come l'astronave che volteggia sulle note del valzer straussiano
è forse soltanto il futuro che poteva essere, l'inizio di un nuovo uomo che però si è perduto. Però, curioso che uno dei film
più importanti della storia del cinema sia 2001 Odissea nello Spazio. Ed uno degli eventi più miseri della nostra storia
sia l'impostura dei media e dell'11 settembre 2001. Impostura che continua tutti i giorni attraverso manipolazioni, deviazioni,
censure. Per questo Garrone ha sempre temuto di non fissare l'oggetto. Che è proprio questo qui: il camorrista che si fa la
lampada nella scena iniziale dentro una sorta di navicella spaziale. Come l'astronave di Kubrick. Vedete che tutto è collegato?
Eppure oggi è difficile semplicemente dirlo, figuriamoci accettarlo. Manca il coraggio, la lucidità intellettuale. Si finisce
anche per non capire che l'importanza di Gomorra non è questione del tema "scottante". Ma una questione di immagine che
rivela "realmente" un senso, di visione etica, che guarda senza polpette ideologiche l'oggetto. E lo vede così com'è. Nella
sua bruttezza, nella sua insostenibilità. Finché esisterà questa umanità non c'è speranza. Questo è lo stato morale attuale
della popolazione mondiale tra carnefici e vittime. E in entrambi gli schieramenti ci può essere, come mostra il film, quell'accennato
tentennamento che può diventare rifiuto, allontanamento. Ma molti non possono sottrarsi volontariamente. Sono già vittime del
sistema prima ancora di nascere.
Il cinema, ancora il cinema, finalmente, può continuare ad essere linguaggio che dice e non ad uso e consumo dei media di turno.
Roberto Saviano, l'ormai noto autore del romanzo da cui Matteo Garrone ha tratto il film, è andato a Cannes scortato, perché
le mafie non tarderanno a far fuori un elemento scomodo, perché lo hanno sempre fatto. E magari uno scrittore può "salvarsi"
dalla condanna della camorra soltanto perché non ficca il naso dentro gli affari delle cosche. Per lottare contro l'avidità
cieca dell'uomo bisogna rendere tutti più felici. Ma nessuno lo vuole. Ci dice anche questo Gomorra. Nessuno ha mai
voluto la felicità altrui. Anzi la felicità non esiste, anzi non esiste la morale, l'etica, perché chi sporca, insozza l'ambiente
crede di cavarsela ridicolamente buttando un cesto di frutta e pensando di poter sottrarsi alle responsabilità di chi in modo
consapevole inquina, produce la morte del pianeta. Garrone non vuole tralasciare alcun aspetto della rappresentazione del mondo
contemporaneo. Che non può essere equiparata, cinematograficamente, ad alcuna fiction, né ad un genere. Insomma il cinema di
Garrone è prima di tutto antropologico, come sempre in passato. Perché è la misura dell'uomo che è anche misura e carta di
tornasole della messa in scena. Che poi ne scaturisca una atmosfera grottesca, ciò vale soprattutto per i personaggi, come il
Mahieux de L'Imbalsamatore. Troppo facile tessere paralleli tra tutti i protagonisti del cinema
di Garrone e rendersi conto che c'è una linea, un filo rosso molto forte. Che non è soltanto estetica del film, ma dolorosa
presa diretta della tipologia umana. Se c'è un difetto da rilevare è proprio l'effetto caricaturale che spesso ne deriva. O
più forte il senso di surrealtà, come il laboratorio della fabbrica cinese raggiungibile attraverso un viaggio nel portabagagli
di una vettura. Grottesco e iperrealismo ancora più che surreale devono tenerci stretti alla sedia, sono strumenti di comunicazione
efficace e che ricordano senz'altro la lezione neorealistica: la padellata di Aldo Fabrizi in Roma Città Aperta e l'umorismo
nero, sarcastico, di Zavattini in Ladri di Biciclette, cronaca di uno sfigato, come quando si ride in una disgrazia. Ed
è impossibile non ridere di fronte al camorrista che avvicina i due giovani balordi e li ipnotizza coi suoi ragionamenti da
navigato malavitoso, da capo mafioso che sembra uscito direttamente dal romanzo di Puzo e dai suoi seguiti cinematografici.
© 2008 reVision, Andrea Caramanna |
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