Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci



Austin Powers In Goldmember

1h 34'

Regia: Jay Roach



Nel prosciugarsi contemporaneo di idee e di stili, può rappresentare un'alternativa al postmoderno disinteresse per il "novum" l'agente segreto Austin Powers, che citando a piene mani dall'immaginario pop e psichedelico della "swinging London" riesce nella non facile impresa di esaurire qualunque riferimento al proliferare degli ego e all'esaurirsi dell'interesse per il corpo, ridotto a schermo protettivo, a causa fondata sul nulla, proprio nel momento in cui sembra interessato ad estremizzare le barzellette primarie, le oscenità dichiarate ed esibite che all'identità vuota, al narcisismo più sfrenato dovrebbero fare riferimento, nel tentativo di giocare all' (impossibile) ribaltamento del romanticismo più datato e nostalgico.
Ma si tratta di un'alternativa che dura lo spazio di una gag, di un'esibizione caricaturale e parodistica, senza che il tempo della visione arrivi davvero a frantumarsi, a riflettere sul proprio durare, al di là dell'attivazione di una memoria cinematografica ormai completamente reificata, ridotta a "cosa" alla portata di tutti e quindi anche dell'agente segreto più improbabile del mondo Austin Powers (Mike Myers) e delle forze del male, il Dottor Male, Mini Me, Goldmember che vorrebbero distruggere il mondo e con il mondo quel residuo di ingenuità che si nasconde nella difesa di una Causa, qualunque essa sia.

Perché di questo, in fondo, in Austin Powers in Goldmember, a ben vedere si tratta, della volontà di azzerare qualunque nobile proposito, qualunque nobile Causa, in cambio del ritratto acido e malato di una società finalmente priva di segreti da svelare, di identità da tenere lontane dalle seduzioni di un Male che non vuole più strappare il velo che ci nasconde il volto, quello vero, non quello di "rappresentanza", di fronte ad uno specchio che si è ormai stancato di riflettere, di giocare contro o a favore del pensiero, delle ideologie.
Naturalmente viene da chiedersi dove porterà questa stanchezza che sembra fisiologica, inevitabile, nei confronti non del passato, ma di un presente che vuole ancora perdersi e poi trovarsi e poi perdersi di nuovo, in un gioco che rischia ormai di apparire senza senso.
Austin Powers sembra proporre una soluzione, quella che parla di un movimento che osserva innanzitutto se stesso e il proprio uscire dagli argini, fino a travolgere anche le maniere più corrette e le regole più utili ad impedire la disgregazione di un sentire diffuso, soddisfatto dei risultati raggiunti, per quanto lontano dal rispondere ad una dialettica ineccepibile.
Ci permettiamo di dissentire.

© 2002 reVision, Marco Marinelli



torna all'inizio




Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci