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Gocce D'Acqua Su Pietre Roventi

Gouttes D'Eau Sur Pierres Brulantes - 1h 30'

Regia: Francois Ozon



Nei rapporti umani spesso prevale la tentazione di lasciare che la propria immagine sia affidata ad una sorta di "tutor", ideale personificazione di una figura genitoriale mai interiorizzata a sufficienza, che consapevolmente o inconsapevolmente si incarica di amministrarla secondo giustizia o, più probabilmente, secondo quell'ordine del discorso che si identifica con il tentativo di rendere ogni parola, ogni gesto nient'altro che la traduzione di un sistema immobile, che vorrebbe afferrare l'altro per renderlo simile a se stesso o - se così non fosse possibile - per allontanarlo da ogni definizione univoca, buona una volta per tutte, accettata dai più, o meglio da chi gestisce quello scambio simbolico che è regola sottratta ad ogni regola.
Di questa tentazione è rappresentazione sofferta, sottratta al fascino ambiguo del ribaltamento, della sovversione relativizzante il gioco di seduzione tra Leopold (Bernard Giraudeau) e Franz (Malik Zidi), che rifiuta l'accumulazione del senso, il capitale di emozioni offerto da un rapporto che potrebbe stabilizzarsi e così offrire un quadro rassicurante della condizione umana, vista come ricerca continua di rassicurazioni soprattutto interiori, per diventare creazione di una commedia dove è possibile tentare l'altro, fino a fargli recitare un ruolo che non è il suo, che non gli assomiglia affatto, tale da provocare una sorta di vertigine, in grado di allontanarci indefinitamente da quello che doveva essere il nostro posto nel mondo.
Detto altrimenti: fino a che punto è possibile intendere un rapporto anche stabile come chiusura nei confronti di ciò che potrebbe costringerci a perderci nell'altro, a disabituarci a quella disciplina mentale che porta a resistere al desiderio di tradurre continuamente la lingua dell'altro nella propria, normativizzando, escludendo, limitando entro confini artificiali, già scritti?

Visto attraverso questa prospettiva, Gocce D'Acqua Su Pietre Roventi non è in nessun modo un esercizio di stile, magari un po' rohmeriano, come pure è stato detto da chi non si è accontentato di sottolineare i debiti contratti verso lo stile avvolgente di Rainer Werner Fassbinder, autore della sceneggiatura, scritta in forma di commedia e ambientata in una Germania ideale e immaginaria che anche nel film si nota pochissimo. Qui prevale il tentativo di restituire l'individuo alla propria natura di "animale non stabilizzato", di "essere gettato", sempre in bilico tra il mondo di ieri, che l'oggi si incaricherà di riscrivere e il mondo che risponderà ai nostri segnali di vita, segnato da un divenire che nessuna legge sarà in grado di bloccare, di rendere simile a se stesso. E allora quando una ragazza, Anna (Ludivine Sagnier), legata a Franz, e un transessuale, Vera (Anna Thomson), ex amante di Leopold faranno irruzione sulla scena, quello a cui si assisterà non sarà il "colpo di teatro" che prelude al ritorno del rimosso, dell'eterno femminino inteso come fattore di civiltà e possibilità di crescita.
Gocce D'Acqua Su Pietre Roventi non ha un inconscio da esibire e non ce l'ha perché le strategie del desiderio che mette in scena sono costruzioni semantiche segnate da un'ambiguità che non subisce il fascino della dispersione del senso, della perdita, di ciò che sta oltre ciò che siamo abituati a considerare intimamente nostro.
Anche la morte di Franz non va intesa come sconfitta, volontaria esclusione da un progetto di dominio sull'altro che ha ceduto alla volontà di essere strumento di un disegno altro, forse incomprensibile e per questo a suo modo affascinante, in grado di portarci fuori dai codici stabiliti una volta per sempre e così simile ad una falsa - vera identità di copertura. Più semplicemente, Franz muore perché ha smesso di attrarre a sé nuove costellazioni dell'essere, di introdurre elementi di novità in un universo che sembra cercare innanzitutto smentite alla propria apparente opacità, al disagio che si impadronisce di noi quando è forte la tentazione di credere che solo ciò che nega può aiutarci a comprendere quanto abbiamo di più caro, la sicurezza di sapere, la volontà di non cedere alla tentazione di arrivare ad una diversa consapevolezza di ciò che ci guida, continuamente ci contraddice e così facendo ci libera, ci trasforma in esseri "mutanti" e "mutageni".

© 2002 reVision, Marco Marinelli



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