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L'Era Glaciale 2 - Il DisgeloIce Age: The Meltdown - 1h 23'
Regia: Carlos Saldanha I ghiacci si sciolgono e il racconto si frantuma. Dopo un decennio nel quale la febbre inventiva di Pixar e DreamWorks ha fissato il nuovo
canone dell’animazione postmoderna e post-disneyana (digitalizzazione + citazionismo + parodia + rapidità), L’Era Glaciale 2 sarà ricordato come l’inizio del
deterioramento di questo canone. Il lungometraggio che si sbriciola in episodi, il massiccio roccioso della trama che cede alla frana delle gag.Se la prima era glaciale aveva come palese referente il western (in particolare In Nome del Padre di John Ford), la seconda cita invece i cartoni classici della Warner Bros, e soprattutto la più riuscita, folle, sperimentale delle creazioni di Chuck Jones: Willy Coyote e Beep Beep. Ogni episodio di Willy Coyote era un puzzle visivo, una catena di agguati e inseguimenti repentini (da un minuto a cinque secondi) che si avvicendano senza una logica progressiva, ma puramente ritmica, di astratta ripetitività (astrazione amplificata dall’assenza di dialoghi e dall’innaturalità di ambienti e colonna sonora). Un "modulo" di semplicità estrema, riconducibile alla fisica vettoriale (due corpi A e B lanciati a velocità costanti ma diseguali), viene replicato in tutte le sue variabili impazzite, come in una musica seriale. Per questo, a differenza di tanti loro colleghi, il coyote e lo struzzo di Jones non invecchiano e sono ancora oggi di una modernità impressionante. Un gioiello di arte concettuale. L’Era Glaciale 2 viene da qui. Appurato che Diego la tigre, Manny il mammuth e Sid il bradipo sono stati ormai "metabolizzati" dal pubblico, è tempo di giocare di variazioni.
Il risultato non è un seguito o un’espansione del primo episodio (come poteva essere Shrek 2), ma quasi una sua copia. La stessa cosa, ma più "sciolta",
decomposta come un iceberg al sole. Per questo, l’evento che mette (letteralmente) in moto i personaggi (l’imminente crollo del ghiacciaio che protegge la valle dall’inondazione)
è solo un pallido pretesto che lungo il cammino cala sempre più in sottofondo; ed è un tipico "mac guffin" anche la fantomatica arca della salvezza, frettolosamente mostrata
appena un paio di volte. Ciò perché, al di là della trama, il vero valore de L’Era Glaciale 2 sta nel suo relazionare corpi e spazi secondo una concezione da comica muta,
basata sulla libera combinazione di suoni, movimenti e rumori; come nell’assurdo siparietto degli avvoltoi che intonano "Cibo che fa sognar" (versione italiana di "Food, Glorious
Food" da Oliver!), splendido perché assolutamente immotivato, sberleffo definitivo allo stile canterino Disney.In questo inedito maremoto narrativo, saltano agli occhi due connotati. Il primo è la cesura netta tra la vicenda principale (l’esodo del branco) e l’odissea privata dello scoiattolo Scrat e della sua ghianda (già protagonisti nel 2002 del corto Gone Nutty): rette parallele che si incontrano solo nell’ultima esilarante inquadratura, come se il film volesse comprimere dentro di sé i due registri del lungometraggio tradizionale (con i suoi intrecci-eroi-sviluppi) e del corto muto (con il suo contesto "pietrificato"). Il secondo connotato sta nell’impiego ipertrofico della gag "a molla", dove la materia si tende/contrae come un elastico: lingue incollate al ghiaccio, acqua zampillante dalle fenditure, corde che legano divinità da sacrificare, liane e rami d’albero flessi come catapulte, braccia e unghie e denti tesi sull’orlo di un precipizio... Tutto si allunga fino allo spasimo, come una pellicola che sta per spezzarsi. L’Era Glaciale 2 distrugge un genere, e ne ride. © 2006 reVision, Dante Albanesi |
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