Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



La Giuria

Runaway Jury - 2h 07'

Regia: Gary Fleder



Con una trama così millimetrica, che tenta di rifondare cinematograficamente le densità della pagina di John Grisham, c’è un poco il rischio di perdersi nei vari stimoli lanciati da Gary Fleder. Uno ci riporta alla mistery story di Robert Altman, Conflitto di Interessi (soggetto di Grisham), e a Mezzanotte nel Giardino del Bene e del Male di Clint Eastwood per le fosche ambientazioni nel profondo Sud statunitense. D’altra parte il legal thriller tocca le corde di altre opere recenti come L’Uomo della Pioggia di Francis Ford Coppola (ancora Grisham), per le sfide tra legali ed avvocati d’alto rango, e A Civil Action per il confronto disperato e diretto tra i poteri delle multinazionali ed il cittadino "indifeso" e danneggiato proprio dalla brutalità dei prodotti. In questo caso la merce incriminata è un fucile da assalto che ogni cittadino statunitense può liberamente acquistare in base al secondo emendamento della Costituzione americana che difende il diritto di ogni uomo per l’uso di armi.
Tale copertura ideologica del film, che forse può avere un senso "opportuno" nella forma cronachistica, da diario di denuncia, alla Bowling a Columbine di Michael Moore, oppure nella freddezza ed il distacco espositivi di Elephant di Gus Van Sant, non attrae per la moralistica disposizione delle parti in gioco. Soprattutto una volta che sono svelati gli obbiettivi dei tradizionali buoni e cattivi. Anche il confronto tra Gene Hackman e Dustin Hoffman è tanto atteso, quanto prevedibile, non suscita alcuna emozione.

Ben più interessante è l’occhio che insegue i giurati, nella visione spionistico satellitare che continua la tormentata ossessione psicologico-psicanalitica di Don’t Say a Word. L’originale mania statunitense è confermata dalle migliaia di videocamere disposte in ogni dove, dagli invisibili microfoni che registrano i suoni più piccoli. Ed il tutto è poi rimesso in scena in una sorta di laboratorio delirante di monitor affiancati dove è al lavoro l’interpretazione di immagini e suoni. Immagini e suoni che costituiscono le vite di ciascun giurato, analizzate nei minimi particolari per valutare tutte le caratteristiche somatiche delle personalità che devono pronunciare un giudizio. Una prospettiva certo inquietante che si basa sulla lettura facciale delle espressioni, le minime smorfie, o sui piccoli gesti delle mani, del corpo. Spettacolo minaccioso che agita le prime sequenze del film, facendo palesare un piano di leggibilità penetrante dei segni, confermata poi dalle capacità illimitatamente manipolatorie di Nicholas Easter all’interno della camera dei giurati. Soprattutto nella prima parte, l’occhio della mdp sembra galleggiare tra sentimenti ambigui, raptus di onniscienza ed infine clamorosi colpi di scena, imprevedibili ribaltamenti dello statuto dei personaggi che coinvolgono anche quelli minori, alcuni giurati (poi, purtroppo rimangono solo le bozze di altri possibili, affascinanti caratteri: il cieco o il militare veterano che è stato in Libano). In questo senso la strada del chase movie è perfetta nella capacità di scombinare i pezzi di un puzzle gigantesco, giocando sulla pacifica non identità di alcuni personaggi (Cusack e Weisz) e raggiunge il suo climax nell’incontro volante, l’attrito radente e sensuale tra Hackman e Weisz sul tram in corsa. Purtroppo tale statuto di ambiguità e di segreti oscuri si dilegua a metà film. John Cusack ritorna bravo ragazzo, pronto a lottare per una giusta causa, Gene Hackman appare meno luciferino come cattivo, mentre Hoffman è decisamente fuori ruolo, troppo limitato alla caratterizzazione di fiducioso idealista.

© 2004 reVision, Andrea Caramanna