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Giulia Non Esce la Sera

1h 47'

Regia: Giuseppe Piccioni



Le parole fanno il mondo, diceva il filosofo Wittgenstein. Ma è altrettanto noto che dietro le parole, ogni natura umana ha la tentazione di nascondersi, occultando così i propri lati più segreti. E’ allora la fantasia ad intervenire, trasfigurando le nostre pulsioni, rintracciando nei mondi paralleli, oltre la coscienza, il luogo ideale per le relazioni da intrattenere con noi stessi e con gli altri. In questi tempi ombrosi, le parole tendono a farsi inconsistenti: per questo è necessario fissarle nella memoria di un computer (o su carta) vivificando la possibilità di dare senso alle cose. E’ in un corpo a corpo con la parola che si cimenta lo scrittore Guido Montani, personaggio protagonista del nuovo film di Giuseppe Piccioni, Giulia Non Esce la Sera, che segue dopo cinque anni d’assenza il non dimenticato La Vita che Vorrei. A Guido non sembrano mancare le parole dei suoi romanzi che gli hanno permesso di conquistare dei primati (un suo libro è entrato nella cinquina dei titoli finalisti di un importante premio letterario). Quello che vengono meno sono le parole necessarie ad uscire da una crisi esistenziale apparentemente definitiva nell’ostentare asfissia di sentimenti ed emozioni frastornate. E allora ecco materializzarsi i fantasmi delle sue creazioni, parole che si fanno carne e sangue, identità fantasmatiche e avide di realtà, come l’innamorato con l’ombrello che cammina sotto la pioggia notturna deluso dalla ricerca della propria commessa ideale o come il prete incapace di nascondere i propri brucianti turbamenti. Escrescenze letterarie finite nel cestino del desktop, ma destinate a vivere sullo schermo, sfuggendo al controllo dell’autore (come le pirallendiane figure che debordavano dall’inconscio dell’anziano scrittore di Providence, capolavoro di Alain Resnais). Guido si porta appresso i suoi palpitanti spettri, esorcizzando così i mondani rituali (fatti d’interviste e conferenze) del vuoto (anche sociale) che lo attanaglia assieme alla mancanza di autostima. E’ forse questo vuoto ad aver spinto la moglie Benedetta (Sonia Bergamasco) e la figlia Costanza (Domiziana Cardinali) ad un trasloco in un’altra abitazione dove Guido non decide ancora a trasferirsi, rimanendo prigioniero del suo studio, un angolo della vecchia casa ingombrato dai suoi libri. E’ il male oscuro a insinuarsi nel rapporto matrimoniale, una distanza che rischia di farsi siderale mentre le residue possibilità di dialogo si consumano a intermittenza, alimentate dalle ingenue nevrosi della giovane Costanza costretta dal suo sovrappeso a prendere lezioni di nuoto. Ed è questa l’occasione che Guido coglie al volo: imparare a stare a galla è, per lui, la concretizzazione di una metafora. Così, bisognoso di lezioni come e più della figlia, il nostro inizia a frequentare la piscina facendo la conoscenza dell’istruttrice Giulia, quella del titolo. Quella che non può uscire la sera perché sta scontando una pena che la costringe, dopo il lavoro, a tornare in prigione, giorno dopo giorno: è il suo doloroso segreto, difficile da confessare. Ad interpretare questo personaggio limpidamente tenebroso troviamo Valeria Golino, assai brava nel restituire le feline dissonanze della sua donna sul filo, smarrita in un dolore tagliente (che l’attrice sa gestire con lo sguardo, alludendo continuamente ad un sottrarsi tempestoso annunciante graffianti impeti di passione). Giulia sconta il proprio errore di calcolo nell’essersi generosamente concessa al proprio ruolo di moglie e madre, mai accettata dalla figlia Viola (Chiara Nicola), e adesso si ritrova a perdersi nel confronto di una relazione fatta di parole e di possibilità affettive, prigioniera della sua doppia cella (quella della prigione e quella della piscina). A farle da controcanto c’è Valerio Mastandrea nel ruolo di Guido, più attento qui che in altre prove a giocare le carte di un fare sornione e tormentato che rimane la cifra ideale della sua personalità d’attore.

Se nello splendido film di Philippe Claudel, Ti Amerò Sempre, la piscina era l’amniotico crocevia di conoscenza per due sorelle ritrovatesi dopo che una di loro era uscita di prigione, in Giulia Non Esce la Sera l’elemento acquatico ribadisce metaforicamente la condizione liminare dei protagonisti sospesi tra una dimensione di superficie e una di profondità. L’incontro tra le due solitudini viene così raccontato da una duplice prospettiva (assai suggestive risultano le inquadrature subacquee), alludendo alle continue, non solo erotiche, pulsioni attraenti e respingenti che conducono verso un punto di fuga liberatorio sia Guido che vuole nuotare sia Giulia che cerca di stare a galla. Efficace e ben dosata risulta la sceneggiatura scritta dallo stesso Piccioni con Federica Pontremoli, capace di conferire un delicato spessore non solo ai due personaggi ma anche alle figure secondarie che gravitano intorno alla vicenda.
A declinare le svariate condizioni di disagio troviamo Benedetta, la moglie di Guido che incarna un altro destino di separazione forzata, carattere al quale la Bergamasco offre un respiro recitativo dai toni chiaroscurali. C’è il contrastato esempio delle figlie dei due protagonisti, che esibiscono opposte nevrosi ugualmente legate alla condizione fisica: se Costanza aspira a liberarsi del disagio del grasso in eccesso, Viola soffre di una potenziale tendenza all’anoressia. E irrompe con ironia la vivace presenza di Filippo (Jacopo Domenicucci), fidanzatino intellettuale di Costanza che legge Kafka, ascolta cantautori francesi e si bea del proprio forbito linguaggio. A completare il movimentato, contemporaneo gruppo di solitudini ai bordi del precipizio familiare contribuiscono le ben stagliate presenze della insinuante e tagliente Piera Degli Esposti, quella di Paolo Sassanelli marito afasico della combattiva Giulia e quella dell’espressiva Antonia Liskova (presente in tv nella fiction, attualmente in onda, "Il Bene e il Male") che qui appare come una delle creature letterarie di Guido.
Piccioni si rivela, più che mai, un abile concertatore di temperature emotive, ben capace di tirare fuori il meglio dai propri interpreti, costringendoli a un esercizio di sincerità. Per questo la sua raffinata sensibilità registica richiama più il modello francese che quello italiano corrente. Merito anche delle evocazioni d’oltralpe regalateci dalla voce di Edith Piaf e da quella di Richard Anthony (con l’irruzione dell’indimenticabile Sergio Endrigo della suadente "Mani bucate") all’interno di una sapiente partitura musicale fatta coagulare dai brani originali dei Baustelle. Attorno al luogo simbolico della piscina, gli habitat della famiglia smembrata rappresentano in modo trasparente la dicotomia pieno/vuoto che il film enuncia come principale condizione della presente, alienata realtà quotidiana: la nuova abitazione dei familiari di Guido è svaligiata dai ladri e il suo svuotarsi corrisponde alla smobilitazione volontaria dell’appartamento disadorno in cui resiste lo scrittore. Ambienti che annunciano e denunciano l’affannoso rincorrersi dei sentimenti perduti di queste accese e riconoscibili figure dell’attuale normalità oltre l’orlo della crisi di nervi, che la fotografia di Luca Bigazzi inscrive matericamente in un contesto flagrantemente plausibile. Vibrano così le sequenze più toccanti di un film che rinuncia con generosità a qualsiasi effetto melodrammatico: l’incontro febbrile tra Giulia e la figlia, foriero di ulteriori incomprensioni coatte (suggellato dal particolare del bicchiere d’aranciata sul tavolo di un locale, altra allusione all’angoscioso mezzo vuoto, durante l’ultimo confronto di separazione) e la rivelazione della stessa protagonista che spiega, con rappreso sgomento, i propri obblighi di reclusa a tempo.
Bello e importante, Giulia Non Esce la Sera racconta, nel suo implacabile e dolente incedere, l’interiorità in apnea dei suoi personaggi alla ricerca di un amore impossibile. Impossibile come il dispiegarsi di ogni pulsione che abbia per oggetto l’altro da sé: troppo fluido è infatti il reale. Meglio rifugiarsi nella profondità, sotto il peso dell’acqua, di un muro liquido che offre il respiro a trasfigurate identità in cerca d’autore, come i personaggi delle immaginate vasche letterarie di Guido, in grado di prendere vita solo nella fantasia ammalata di una parola che non sa più a chi riferire il proprio messaggio vitale.

© 2009 reVision, Francesco Puma