Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Carlo Giuliani, Ragazzo

1h 03'

Regia: Francesca Comencini



Come può il cinema dire qualcosa "in più", su un avvenimento nel quale le televisioni hanno sguazzato per un anno? Francesca Comencini sceglie di dire qualcosa in meno: assumere un punto di vista parziale e soggettivo, e tagliare via dal montaggio tutti gli altri. Haidi Gaggio Giuliani ripercorre così il 20 luglio di suo figlio Carlo: gli amici che incontra, la pizzeria dove mangia, lo scotch che raccoglie per strada, il gigantesco allestimento del corteo, gli attacchi, l'ultima difesa...
Dispiace, prima di tutto, che la regia non abbia voluto osare strade diverse da quella di una semplice intervista, in fondo scarna e forse spicciativa. La madre di Carlo, con un mezzo primo piano abbastanza monotono, resta immersa in un salotto di quieta oscurità, con una nutrita libreria alle spalle: l'immagine di una dignitosa pacatezza borghese. Una scelta che, costantemente alternata alle sequenze dei dimostranti in rivolta, genera tutta una serie di contrasti netti e suggestivi: interno/esterno, immobilità/caos, buio/luce, parola/azione... E infatti i momenti migliori del documentario sono proprio nei suoi improvvisi sbalzi di "umore", stacchi crudi tra il volto parlante della madre e l'immagine di repertorio col sonoro azzerato. Da una parte un discorso raziocinante e sereno; dall'altra una figurina bianca, muta e minuta, sperduta in una folla che forse gli era estranea... Ma un vero documentarista può e deve saper fare di più. Ad esempio, sarebbe stato importante "far vivere", oltre alla parola della madre, anche il suo corpo: seguirla all'aperto, per le strade di Genova, magari sul luogo della tragedia... Provare insomma a farle abbandonare (sia pure per un attimo) quel personaggio cerebrale e altero dietro il quale, con forza straordinaria, ha saputo celare il proprio dolore.
Due sono le immagini, straordinariamente intense, a cui il documentario avrebbe potuto attingere (ma che purtroppo vengono appena sfiorate). La prima immagine è Genova. Strade ricolme di gente, tra strilla, sirene, cori, barricate. Ma pochi metri sopra questo fiume in piena, il silenzio: enormi palazzoni muti, indifferenti. Nessuna finestra aperta, nessun balcone abitato. Un immane ciclope assopito, ennesima versione di quella città inerme e oscura che Goya relegò sullo sfondo del suo "Los fusilamientos". La seconda immagine è nel sentimento di "casualità del destino". Aldilà di ogni futura e probabilissima strumentalizzazione, Carlo Giuliani è davvero un perfetto esemplare di eroe moderno: uomo qualsiasi che non cerca una fine onorevole, ma che in qualche modo la trova, al termine di un lungo percorso di scelte innocue e aleatorie (andare al mare o al corteo? seguire un amico o l'altro? restare in prima linea o all'interno del gruppo?). Pensiamo per un istante a questo ventenne che un pomeriggio di luglio decide, come migliaia di altre volte, di visitare la sua città. Le strade, le piazze, i negozi: tutto gli è sempre stato familiare. Ma per la prima volta gli pare di non riconoscerli. Perché attorno a sé vede uniformi, tute bianche e tute nere, sbarramenti, gente estranea, lingue straniere, odio. E tutti sono più grandi di lui, più agguerriti, più armati. Il ragazzo intuisce subito che questa folla non gli appartiene, che sarà sempre diversa dal suo carattere. Ma che in questa diversità è bello perdersi. Perché, forse per la prima volta nella sua vita, si sente adulto. Questa non è più la sua casa e Carlo non è più Carlo. E l'idrante che vorrebbe scagliare contro una divisa armata di pistola è il suo battesimo del fuoco.

Resta, infine, un sospetto di fondo (stranamente "rimosso" dal 100% della critica italiana). Sarebbe veramente triste se tutto il caos del G8, con le sue ingiustizie e la sua tragedia, fosse stato visto da troppi cineasti italiani come una ghiotta occasione per rifarsi una verginità e aspirare all'ambiziosa patente di "intellettuale scomodo"... Perché è giusto e doveroso prendersela con i poliziotti violenti, ma è anche troppo facile. E forse i veri nemici sono un po' più in alto. Magari assai vicini agli ambienti del cinema. Tanto per fare un esempio: dov'era questa lieta truppa di reporter barricaderi, quando quindici anni fa il monopolio televisivo-produttivo-distributivo dell'attuale primo ministro Berlusconi (sponsorizzato da governi compiacenti) cominciò la sistematica ghettizzazione del cinema d'autore italiano, mentre una sola voce, quella del "disimpegnato" Fellini, si batteva contro lo scempio delle interruzioni pubblicitarie? Allora, forse, un mondo diverso era ancora possibile. Si può veramente immaginare che gli autori di Canone Inverso, Maniaci Sentimentali, Domenica, Domani, Del Perduto Amore, agli ordini dell'appassito autore de Il Compagno, siano dei contestatori progressisti? E come mai, per contro, documentaristi seri come Amelio, Gaudino, Salani, hanno preferito restarsene a casa? Quando compiremo il salto godardiano tra "fare film politici" e "fare film politicamente"?
Il G8 di Genova è stato lo specchio della nostra società, delle sue tensioni e paure. Ma per il cinema italiano è stato come un enorme palcoscenico su cui affollarsi. Quasi uno spot pubblicitario.

© 2002 reVision, Dante Albanesi