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Tutta Colpa di Giuda

1h 39'

Regia: Davide Ferrario



Per una volta cominciamo dalla musica. La musica di cui è fatto Tutta Colpa di Giuda, ultima fatica del regista torinese Davide Ferrario. Una fusione tra rock e rap, un vitale sconfinamento (ma è solo un’intenzione) nel musical, una ritmica coinvolgente, "che pompa il sangue nelle vene" (per parafrasare il Jovanotti di "Fango"). Le composizioni originali sono dei Marlene Kuntz, band originaria della provincia di Cuneo, specializzati nel mescolare acri sonorità di rock estremo con le disarmonie psichedeliche del "noise". A loro si è unito Cecco Signa, cantante della folta scuderia della talent scout Caterina Caselli a cui è affidata l’intensa ballata rap che dà il titolo al film, assieme alla fisarmonica trascinante di Fabio Barovero dei Mau Mau. Lo staff tecnico della colonna sonora, poi, comprende nomi come quello di Gianni Maroccolo, che è stato bassista dei Marlene Kuntz e una delle voci del disciolto gruppo dei CSI, e di Paolo Ciarchi, straordinario inventore di suoni che ha consumato una pregevole esperienza in club milanesi come il Derby negli anni Sessanta. Di questo raffinato tessuto è composta la commedia con musica di Ferrario, critico passato dietro la macchina da presa e convinto sperimentatore di opere che travalicano i cliché di genere, spesso animate da un’intenzionalità narrativa votata allo straniamento e alla metafora (si veda il suo Tutti Giù per Terra, ritratto generazionale animato dalle musiche dei CSI). I toni agrodolci sono presenti anche in questo Tutta Colpa di Giuda, partitura cinematografica che propone accenti di verità e di libertà creativa attraverso i modi di un cinema indipendente le cui radici e i cui riferimenti risultano assai poco legati alla tradizione italiana. La storia è palesemente strutturata in progress ed esibisce un retrogusto teatrale che si rifà al côtè di happening carcerario tanto caro alle avanguardie dell’epoca del Living Theatre come a quelle più recenti.

Conosciamo così Irena Mirkovic (la bella e brava attrice polacca Kasia Smutniak), una regista teatrale a cui è affidato il compito di allestire una piéce con i detenuti della sezione VI, blocco A, della Casa Circondariale "Lorusso e Cotugno" di Torino, carcere che sperimenta metodi di rieducazione "creativa". Il cappellano del luogo, don Iridio (Gianluca Gobbi) propone la messa in scena della Passione di Cristo, in questo osteggiato dallo scettico rigorismo di Suor Bonaria (un cameo ad hoc per la brava Luciana Littizzetto), chiusa a riccio nel proprio ruolo ed avversa al caos provocato dalla iniziativa. Irena si fa in quattro per trasformare i detenuti in performer, impartendo loro grottesche lezioni di fonetica e dividendosi, nel privato, tra Cristiano, presuntuoso quanto inconcludente attore d’avanguardia al quale è legata sentimentalmente con sempre minore convinzione (ad interpretare il ruolo troviamo Cristiano Godano, voce dei Matlene Kuntz col suo autoironico aplomb da hippie), e il napoletano direttore del carcere Libero Tarsitano (Fabio Troiano) con cui intreccia una relazione, che presto si trasforma in innamoramento fatale, consumata in segreto negli appartamenti di lui. E se lo scomposto gruppo di neofiti sembra essere conquistato dal metodo della regista, la crisi arriva al momento della divisione dei ruoli, dato che nessuno se la sente d’incarnare Giuda, nonostante i teologici rovesciamenti prospettici adombrati dall’entusiasta don Iridio, capace d’illuminare Irena conducendola a nuove considerazioni filosofiche circa l’interpretazione dei Vangeli. Si arriva così a proporre una versione apocrifa delle Sacre Scritture che postula il fatale tradimento come mai avvenuto e l’ipotesi che Cristo non sia mai salito sulla croce. Attraverso tali bizzarre variazioni, la più grande storia mai raccontata si trasforma, in quell’ambito di contenzione, in un vero e proprio psicodramma incidendo sulle identità dei protagonisti.

E’ evidente quanto a Ferrario interessi raccontare le metamorfosi individuali di un’esperienza liminare, usando la forma ibrida della commedia musicale (con il contributo delle coreografie di Laura Mazza) mescolata alle flagranze del mockumentary con l’ausilio di una leggera ed innovativa tecnica digitale che consente riprese "live" veloci ed avvincenti. Puntando su uno straniamento ludico, che prevede una sequenza animata in bianco e nero ed il piglio pop dell’approccio musicale, Tutta Colpa di Giuda si affida quasi interamente alla resa espressiva della sua magnifica ventina di debuttanti, i detenuti–attori assi ben selezionati a rappresentare un variegato numero di tipologie esistenziali, tutti meritevoli di citazione e di encomio: sono Michele Telesca, Sergio Settimo, Enzo Cardinale, Salvatore Candelieri, Rodolfo Gottardo, Abdellatif Thairi, Domenico Uldanh, Sebastiano Pappalardo, Marco "Claudio" Trovato, Francesco Trovato, Sebastiano Baratta, Roberto Casti, Marco De Marchi, Giuseppe Ruggiero, Stefano Alvaro, Noureddine "Mimmo" Haffari, Salvatore Pagano, Claudio Barone, Antonio "Tony" Sassu, Franco Stellato. Tutti nomi che speriamo di poter ritrovare in cast futuri, visto l’efficacia della loro prova, testimonianza di una possibilità reale di emancipazione da un destino di deviazioni. Mescolando le loro clamorose presenze a quelle degli attori professionisti, Ferrario conduce in porto la propria originale operazione, donandogli un respiro lungo e un’iconicità spontanea che non ha bisogno di sottolineature retoriche. Al punto tale che, per una volta, non risulta stonato il ricorso alla metafora cristologica, adatta a provocare la conversione intellettuale di Irena, illustrando con intelligenza i dissidi tra la razionalità e il suo contrario, tra rassegnazione e speranza, tra utopia e desiderio concreto. Così, sul finale, scopriamo che, pur tra infinite difficoltà, per il gruppo di detenuti il percorso di liberazione si è già compiuto, nel momento in cui si palesa l’ulteriore occasione dell’indulto. E non ci vergogniamo di partecipare all’afflato sincero di commozione che il film libera come energia positiva e propositiva, smontando convenzioni e pregiudizi di cui, ci accorgiamo in queste occasioni, siamo un po’ tutti vittime inconsapevoli.

© 2009 reVision, Francesco Puma