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Giù al NordBienvenue Chez les Ch’tis - 1h 46'
Regia: Dany Boon Mentre in Europa, e in particolare nella nostra povera Italia, soffiano alti i venti
di una recessione che non è solo economica ma anche culturale, con la sinistra conseguenza di rigurgiti d’orgoglio localistici,
voglie di separatismo linguistico e rivendicazioni reazionarie di un ritorno alle radici che quasi sempre puzza di bieco provincialismo,
ecco che dalla Francia arriva una lezione di stile sul tema della differenza. Ma stavolta non si tratta di multietnicità a confronto
con i flussi extracomunitari: il discorso riguarda gli stranieri in patria, i muri virtuali (per certe "leghe" da erigere fisicamente)
che separano, in ogni dove, il Nord dal Sud.I francesi sono gli attuali maestri della commedia esportata, e questo è un dato di fatto, con buona pace di americani ed italiani che quando sfornano exploit di divertito intrattenimento lo fanno quasi esclusivamente ad uso e consumo interno. E’ già noto, infatti, che si produrranno un remake Usa e uno in Italia di questo Bienvenue Chez les Ch’tis, uscito il 27 febbraio scorso e trionfatore ai botteghini d’oltralpe con un incasso di 21 milioni di euro (per una produzione che ne è costata 11), buono a polverizzare il record lì detenuto, fin dal 1966, da Tre Uomini in Fuga (17 milioni e rotti) e dal blockbuster cameroniano Titanic. Ma quel è il segreto di questo straripante successo, com’è riuscito a centrare il bersaglio Dany Boon (comico popolarissimo in patria e da noi notato come partner di Daniel Auteuil nell’agrodolce Il Mio Migliore Amico di Patrice Leconte) nello scrivere, dirigere ed interpretare il suo gioiello che in Italia ha un titolo mutuato da un famoso spettacolo di Antonio Albanese, Giù al Nord? Semplicemente, e con grande "finesse d’esprit", il nostro ha preso come spunto un pregiudizio comune, lo ha lavorato fino a rintracciarne il nocciolo paradossale e poi lo ha rivoltato come un calzino. E questo lo ha fatto usando la bonomia sagace e l’intelligente cattiveria del "cinema di papà" (così lo chiamavano i ragazzi terribili della Nouvelle Vague) che è stato di Marcel Pagnol, umorista sottile, contaminandone gli umori con le scorie ancora attive di certo slapstick alla francese dei Louis De Funès e Bourvil e Claude Zidi (quello dei "Cinque matti") con quel côté di farsa degli equivoci, calembour visuali, assurdo e demenziale mescolati in gradevole forma (vedendo il film noi abbiamo pensato ai sempiterni, nostrani Totò e Peppino, che Dio li abbia in gloria). Il piccolo mondo che Boon sfotte mettendolo al centro è lo stesso che piaceva al sommo Jacques Tati, la provincia "babba" dei paesini autoreferenziali in quel Nord che Emile Zola descrisse con aspro realismo nel suo "Germinal" (romanzo trasposto su grande schermo dallo stesso Claude Berri produttore di questo film) e che si specchia nei ridicoli vizi del pagnoliano Sud di Marius e Fanny, protagonisti della splendida trilogia marsigliese degli anni Trenta. A questa particolarità nordista appartiene lo "Ch’tis" (in esteso "Ch’timis"), ovvero il piccardo, idioma che storpia parole
e fonemi generando esilaranti paradossi (inutile è ogni riferimento ai dialetti di casa nostra, vere e proprie lingue a parte
di cui si va perdendo, giorno dopo giorno, ogni concreta traccia). In questa porzione di Nord incomprensibile e (secondo le voci
correnti) un po’ barbaro ed inospitale è destinato il direttore di un ufficio postale di Salon-de-Provence, Philippe Abrams
(interpretato dall’espressivo attore di origine araba Kad Merad, davvero strepitoso), in fibrillante attesa di una promozione
che possa consentirgli il trasferimento, con la famiglia, in Costa Azzurra. Per accelerarne inopinatamente i tempi, il nostro
si spaccia per un disabile su sedia a rotelle, con la complicità dell’amico sospettoso ed intrigante Jean Sabrier (Stéphane
Freiss). Viene però scoperto e per punizione trasferito per due anni per l’appunto alle poste di Bergues, sperduta quanto malvista
cittadina al Nord-Pas-de-Calais, vicino Dunkerque. Mentre la moglie Julie (Zoé Félix) rimane a casa, frustratissima, col figlio
Raphaël (Lorenzo Ausilia-Foret), il funzionario punito si avvia al suo calvario in automobile con tale poco trasporto da essere
fermato dai gendarmi per eccesso di lentezza lungo l’autostrada.Ad accoglierlo alla meta, sotto la pioggia battente, è il postino Antoine Bailleul (lo stesso Boon) che per la prima notte lo ospita a casa sua. Il primo impatto con il microcosmo pacifico ma stravagante, con le goffe deformazioni linguistiche ed i rustici costumi degli indigeni non è dei migliori: sepolto nel suo nuovo ufficio, al povero Philippe non resta che contare le ore infinite della propria condanna, minuto dopo minuto. Il break del pranzo gli consente, però, di mangiare panini e patatine fritte fianco a fianco dei suoi nuovi dipendenti, in un’atmosfera che, superato l’iniziale impasse, si fa progressivamente più frizzante. Il funzionario scopre il piacevole tepore della provincia, i nuovi idiomi e nomignoli, le serate trascorse in buonumore al ristorante: insomma si adatta a tal punto da rimanere armonicamente invischiato nel nuovo contesto. E questo fa bene anche al suo ménage familiare, al rapporto con la sua Julie che si riscalda quando egli la rincontra durante i week-end in cui ritorna a casa raccontando bugie catastrofiste (buone a farsi compatire) sulle sue giornate al Nord. In più, Philippe ha trovato come complice il buon Antoine che affoga nell’alcol le conseguenze del soffocante rapporto con la madre–padrona (incarnata con meraviglioso spirito da Line Renaud) che gli ha pure fatto troncare la relazione con Annabelle Deconninck (Anne Marivin), di cui si mostra ancora perdutamente innamorato, una frustrazione che lo spinge ad isolarsi nel proprio ruolo di campanaro del borgo e a far risuonare le malinconiche note del suo prediletto carillon. I due amici così si ritrovano ad ubriacarsi insieme e quando Philippe accompagna Antoine, nel suo giro quotidiano di postino per farlo desistere dalla bottiglia, è lui stesso a concedersi sbornie ad ogni tappa. C’è poi il divertente complotto "maschilista", una burla alla "Amici miei" di Germi – Monicelli, ordita dal funzionario, con la complicità dei solidali in loco, alle spalle della moglie, che vorrebbe venire a vivere col consorte ma che si trova davanti il paesino di Bergues trasportato in un villaggio in rovina dei dintorni con i suoi abitanti che si fingono brutti, sporchi e cattivi così come li ha dipinti a lei, mentendo, Philippe. Altro che inferno, dunque: il minimalistico sistema di vita della provincia nordica è una soluzione ideale, meno stressante della Costa Azzurra, da vivere appieno e senza interferenze familiari. Inutile è descrivere ulteriormente i ben temperati risvolti sentimentali che il film ci riserva e gli infiniti gags e spunti grotteschi e satirici (senza alcun accenno di volgarità) dispiegati lungo il percorso dell’esemplare copione siglato da Boon in collaborazione con Alexandre Charlot e Franck Magnier. La regia sa ben sostenere il tono da commedia coltivando con misura la verve di tutti gli interpreti (anche i minori scelti per la loro assai ben contenuta espressività), tutti inscritti in un avvenente contesto che ha trasformato il Nord-Pas-de-Calais in un’ambitissima meta turistica. Non crediate che il lieve tono surreale di Giù al Nord (che richiama, in noi italiani, i colori delle commedie di Francis Veber) risulti godibile solo agli spettatori francesi. La comicità, quella vera, non ha bisogno di traduttori a servizio per farsi apprezzare e nemmeno, come forse scopriremo presto, di remake meno genuini. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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